RITORNO A CASA

•luglio 19, 2016 • Lascia un commento

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Il gelo allentava la presa e nella volta plumbea del cielo si aprivano sottili fessure di azzurro. All’interno delle immense voliere gli stormi di icewings migravano verso Nord, accompagnati dal cupo muggito delle letargcows che saliva stanco dai recinti. L’aria fresca portava il profumo dei peschi di Saturno che spuntavano regolari sopra i filari abbaglianti delle forsizie di Venere. La stagione fredda era alla fine.

Gli animali e le piante della galassia richiamavano molti visitatori, ma era la ricostruzione di Venezia a essere ormai da trent’anni la più grande attrazione del parco. Con l’approssimarsi della primavera, migliaia di turisti provenienti da ogni pianeta si accalcavano attorno a Little Venice per ammirare lo spettacolo che ogni anno si ripeteva puntuale ai primi caldi.

Sotto gli sguardi trepidanti del pubblico, il livello dell’acqua che lambiva le calli e i palazzi si abbassava lentamente. Il liquido si ritirava dalla città e andava ad addensarsi nella laguna dove, asciugatosi e divenuto duttile come la creta, si alzava a formare un tumulo che mutava sotto gli occhi degli spettatori, come plasmato dal tornio di un artista invisibile. Dalla materia informe spuntava una testa, si definiva un busto, comparivano arti, mani, dita e alla fine, in un tripudio di urla e di applausi, prendeva vita un corpo umano.

L’Uomo Laguna, come veniva chiamato dalla gente, aveva sempre vissuto così. Non era mai stato nel mondo e non sapeva nulla di sé e delle sue origini. Era stato educato a considerare normale, per lui, quella particolare condizione di vita. Una volta tornato umano, veniva condotto dal guardiano del parco in quella che diveniva la sua casa. E qui restava dall’inizio della primavera fino all’autunno inoltrato quando, con l’approssimarsi del gelo, tornava a dare spettacolo sciogliendosi a poco a poco nei canali di Venezia.

E così anche quell’anno, ancora una volta, tra grida e battiti di mani, le acque di Little Venice si trasformarono in The Lagoon Man. Ma per l’Uomo Laguna quella primavera doveva essere diversa da tutte le altre. Alla fine dello spettacolo c’era ad attenderlo un giovane che, con fare sbrigativo, gli disse che il vecchio guardiano era morto durante l’inverno.

Quelle parole erano per lui tanto inattese quanto incomprensibili. Morto? Che cosa significava morto? L’Uomo Laguna non aveva mai sentito quella parola e, mentre rifletteva sul suo significato, venne accompagnato a casa e lasciato fra quelle mura dove non si era mai trovato solo.

Morto? Forse vuol dire che torna più tardi, pensò, sedendosi sul bordo del letto mentre gli occhi percorrevano ogni particolare della stanza. Era tutto rimasto come l’aveva lasciato quando se n’era andato nell’autunno precedente. Il cuscino non era parallelo alla parete, ma lievemente obliquo con solo un angolo che toccava il muro, come usava tenerlo lui.

Sulla piccola scrivania tre matite colorate presidiavano il lato destro del ripiano, disposte a scala, la gialla che svettava, la blu a destra lievemente ritratta, e la rossa ultima prima del precipizio, con la punta ancora più in basso rispetto alla blu. Le aveva lasciate così. Quell’immobilità gli trasmise, improvvisa, una sottile punta d’angoscia, una sensazione che non aveva mai provato.

L’Uomo Laguna trascorse alcuni giorni nella sua stanza, come era stato abituato a fare, ma questa volta non si mise a leggere o a disegnare: tra il sonno e la veglia rimase in costante attesa di sentire un rumore al di là della porta. Le ore passarono e non successe nulla, allora capì che cosa significava morto: voleva dire che il vecchio guardiano non sarebbe tornato più.

Si sentì smarrito, disperato, solo. Non aveva mai provato nulla di simile. Quell’uomo taciturno era la sua famiglia, l’unico essere umano con cui avesse mai avuto a che fare, con cui avesse mai scambiato qualche parola, l’unico tramite tra lui e gli altri.

Ricordò i rumori che negli anni si era abituato a sentire al di là della porta. I passi del vecchio guardiano che si muoveva per la casa, i suoni di piatti e posate provenire dalla cucina, il rimescolio regolare della lavatrice che più di una volta aveva cullato il suo sonno.

Ora là fuori era tutto silenzioso e realizzo che non c’era da aspettarsi più nulla. L’Uomo Laguna si alzò in piedi e si mosse verso la porta. Dapprima la socchiuse soltanto, cercando di osservare il più possibile dallo spiraglio che lasciava intravedere un corridoio buio senza fine, poi l’aprì a sufficienza per uscire. Mise un piede fuori, guardò in ogni direzione e si mosse iniziando a esplorare la casa vuota e silenziosa.

Ogni stanza si apriva come un luogo misterioso, tutto era nuovo e da scoprire, ovunque c’erano oggetti sconosciuti che guardava a lungo, intensamente, senza osare avvicinarsi, ansimando eccitato davanti a ogni porta, ogni armadio, ogni cassetto.

Arrivò in cucina e vide sul tavolo le confezioni dei biscotti che il vecchio guardiano gli portava ogni mattina quando le cose andavano come erano sempre andate. Ne aprì una e ne svuotò il contenuto avidamente per placare la fame che si era accumulata in quei giorni. Stappò una bottiglia che era su un ripiano e ne mandò giù il contenuto senza neanche sapere che cosa fosse.

Mentre beveva riconobbe il sapore del succo che aveva sempre accompagnato i biscotti e si sentì meglio, a casa, nonostante tutto. Chiuse gli occhi un momento assaporando quella sensazione. Quando li riaprì lo sguardo gli cadde sulla libreria appena fuori dalla cucina. Si avvicinò attratto da un grosso faldone che aveva sulla costa un’etichetta: The Lagoon Man.

Dopo qualche attimo di esitazione, prese il faldone e lo aprì su un tavolo vicino. Referti medici, radiografie, analisi e altri esami testimoniavano un monitoraggio che si compiva su di lui da molto tempo: i documenti più vecchi erano di oltre trent’anni prima. Stava cercando di capire qualcosa di quelle carte quando si trovò in mano uno schermo palmare che, appena sfiorato dalle sue dita, si attivò facendo comparire la foto di un neonato.

Dopo qualche istante il neonato svanì e al suo posto comparve il volto di un uomo che non aveva mai visto. Un sorriso quasi impercettibile diede vita a quel volto e l’Uomo Laguna, sorpreso, avvicinò gli occhi allo schermo per capire se aveva visto bene. Le labbra del volto si mossero e si udì una voce: “Come sarai diventato grande, forse sei un uomo adesso?”

L’Uomo Laguna, spaventato, allontanò lo schermo da cui intanto arrivavano altre parole: “Non ho avuto il tempo di darti un nome, ti hanno portato via subito da me e temo che non potrò vederti mai più”. Le mani strinsero lo schermo e lo spavento iniziale so tradusse in una forte inquietudine.

“Queste parole che ti lascio sono la mia unica speranza, e l’unica tua. Volevo essere certo che solo tu potessi ascoltarle e, per essere certo di questo, ho impostato un codice di accesso in base al Dna, il nostro Dna. Immagino che non ti abbiano detto nulla di te, anzi ne sono certo, ora è venuto il momento che tu sappia finalmente chi sei e da dove vieni.

“Chi sono e da dove vengo?”, sussurrò l’Uomo Laguna staccando una mando dallo schermo per cercare qualcosa dietro di sé su cui sedersi. “Forse sei ancora troppo piccolo, o forse sei già un uomo con le sue certezze, questo non posso saperlo e, in entrambi i casi, potrei farti del male, far crollare tutto quello che pensavi di te e del tuo passato. Forse mi odierai o forse non crederai a una parola di quello che ti dirò. In ogni caso non posso stare zitto.”

L’Uomo Laguna si sedette su uno sgabello che la mano, finalmente, aveva trovato. Chi era quel volto, pensò, e cosa poteva dirgli che non sapesse di sé? Non aveva mai pensato di dover sapere qualcosa di sé oltre a quello che sapeva. Quelle parole lo mettevano davanti a panorami sconosciuti di cui non aveva mai sospettato l’esistenza.

“L’anno scorso ho guidato una missione scientifica su Ykxòs”, proseguì la voce che proveniva dallo schermo palmare, “è un pianeta che studiavamo da tempo per valutare la possibilità di stabilirvi una colonia, ma che presenta tanti fenomeni ancora oscuri e da chiarire. In particolare non riuscivamo a capire perché i laghi sparsi sulla sua superficie non ghiacciano mai, nonostante un gelo perenne attanagli quella superficie. Le risposte a questa e ad altre domande potevano venire soltanto da un’esplorazione diretta”.

Senza distogliere l’attenzione da quel volto, l’Uomo Laguna si portò una mano alla bocca, mentre la voce continuava a parlargli con un tono che non aveva mai sentito prima.

“Poco dopo essere scesi sulla sua superficie, la nostra attrezzatura si rivelò subito insufficiente per quel clima terribile. I miei compagni morirono nel giro di poco e io feci appena in tempo a lanciare l’allarme. Stavo morendo assiderato quando uno di quei laghi sommerse la sponda dove mi trovavo ormai privo di forze”.

Anche l’Uomo Laguna si sentiva venire meno. Dallo sgabello si lasciò scivolare a terra e poi si distese su un fianco con le gambe raccolte. Aveva trascorso tutta la vita senza che accadesse mai nulla che potesse sollevare dubbi o domande. Il vecchio guardiano gli aveva insegnato a leggere e a scrivere, gli aveva parlato del mondo e degli altri pianeti, ma non gli aveva mai detto nulla che gli facesse nascere dubbi su di sé e sulle proprie origini.

“Ripresi conoscenza mentre venivo tratto in salvo dalla missione di soccorso, era passato un mese dalla ricezione della mia richiesta d’aiuto. Mi dissero che il lago si era ritirato al loro arrivo e che solo così mi avevano trovato, privo di sensi ma vivo. Un fatto sorprendente che lasciò tutti senza parole. E i misteri di Ykxòs non erano finiti. Una volta a bordo dell’astronave, avvenne un altro fatto ancora più inspiegabile. Del liquido rimasto in una tasca della mia tuta si rapprese velocemente e, nel giro di pochi secondi, prese le forme di un neonato che si mise a strillare come appena uscito dal ventre della madre. Quel bimbo eri tu!”

L’Uomo Laguna si tirò su a sedere e, tenendo lo schermo con entrambe le mani, lo avvicinò agli occhi: “quel bimbo ero io!?”, disse con un tono che gli suonò lontano ed estraneo, come se non avesse mai udito prima la propria voce. Il volto, dopo un attimo di pausa, riprese a parlare.

“Un fatto sconcertante che suscitò un clamore enorme e un comprensibile interesse scientifico, che tuttavia ha mostrato subito il rischio delle peggiori derive e speculazioni. E così, esame dopo esame, ti hanno allontanato da me. Le mie condizioni di salute sono in continuo peggioramento è non sono riuscito a difenderti”.

L’Uomo Laguna, seduto con le gambe incrociate, appoggiò lo schermo a terra e, puntando i gomiti sulle ginocchia, si resse con le mani la testa divenuta troppo pesante. Si ricordava di aver visto i cuccioli nelle gabbie del Parco e che il vecchio guardiano gli aveva spiegato il ciclo della vita negli animali. Si massaggiò le palpebre, mentre la voce richiamava ancora la sua attenzione.

“Quello che posso fare ora è lasciarti questo messaggio, non solo per farti sapere chi sei ma anche per darti una via di scampo, non vedo un futuro sereno per te sulla terra, ma da qui a qualche anno si moltiplicheranno le spedizioni per Ykxòs, è un pianeta ricco di risorse che attira gli interessi di molti. Ecco allora, ovunque tu sia, appena tu possa, trova modo si partecipare a una spedizione e torna lassù, a casa tua. Ora non riesco a dirti altro, credo di essere vicino alla fine. Ascoltami, non rinunciare a essere felice, ti abbraccio!”.

Si approssimava l’inverno e, da pochi giorni, l’Uomo Laguna si era liquefatto nella piccola Venezia tra il tripudio della folla. Il nuovo guardiano stava compiendo il consueto giro del mattino nei viali tra le gabbie, i recinti e le voliere. Tutto sembrava pronto per il lungo risposo.

A un primo passaggio la mancanza di riflessi non destò alcun sospetto ma, sulla via del ritorno, il guardiano si accorse che dalla laguna non proveniva alcun riverbero. Allora si avvicinò per guardare meglio e vide che del liquido non c’era più traccia: Venezia e le sue isole erano all’asciutto come d’estate.

Un’affannosa ricerca portò alla scoperta di un buco scavato sul fondo di un canale al centro della città. The Lagoon Man era disperso, finito nella falda sottostante, acqua tra le acque che andavano a finire nel fiume, a valle, dove la stazione per le spedizioni intergalattiche disegnava ormai da anni il profilo del cielo.

L’AMORE AL TEMPO DELLA MONONUCLEOSI

•luglio 14, 2016 • Lascia un commento

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Ci infilammo in tre nella cabina in spiaggia. Oltre a me c’era mia sorella Marina, con cui condividevo ancora la maggior parte del tempo, e una ragazzina appena spuntata da quello stesso magma vacanziero che di lì a poco l’avrebbe presto ringhiottita.

Qualche gioco con conseguente penitenza ci aveva portato in quello spazio angusto dove il sole penetrava luminoso attraverso le lamelle della porta. I piedi nudi ricoperti dalla sabbia che sfregavano sul pavimento e le risatine imbarazzate tradivano l’emozione del momento: si andava a compiere quanto deciso poco prima lontano dalle orecchie indiscrete degli adulti.

L’imbarazzo, a dire il vero, era solo mio e di mia sorella. Al contrario la ragazzina era perfettamente a suo agio e in un attimo, con grande naturalezza, diede esecuzione alla penitenza. Si sfilò il costume come fosse stata lì da sola e restò sotto i miei occhi attoniti tranquilla, sorridente e soprattutto nuda, completamente nuda, come i puttini di porcellana che campeggiavano altrettanto candidi sulle ribaltine del soggiorno di Milano.

Rimasi a guardarla immobile e senza parole, ipnotizzato da quella fessura che prendeva consistenza da un mondo immaginario. Non so quanto tempo passò. Poi, con la stessa disinvoltura con cui si era scoperta, la ragazzina si rinfilò il costume e corse fuori, lasciando nella cabina un vuoto incolmabile e me imbambolato a sognare infinite altre penitenze.

Da tempo percepivo che qualcosa in me andava cambiando mettendomi di fronte a nuove verità, sensazioni e istinti. Soltanto pochi mesi prima avevo messo alle corde mia madre che non si era ancora preoccupata di trasmettermi le nozioni basilari sul concepimento dei bambini.

In effetti io e Marina eravamo piuttosto in ritardo sulla tabella di marcia dell’educazione sessuale, tanto che ormai ci arrischiavamo ad affrontare le scuole medie con lacune che ci avrebbero esposto allo scherno dei più. Il papà non si interessava a queste cose, si era limitato a dirci quando eravamo piccoli che ci avevano trovato sotto a un cavolo.

La mamma aveva invece fornito la versione più nobilitante della cicogna e in seguito avrà confidato che, essendo noi gli ultimi di sei figli, sarebbero stati i più grandi a fornirci le ulteriori spiegazioni. Ma le cose erano andate diversamente.

Le mie sorelle e mio fratello avevano da pensare alla loro vita più che alla nostra e nel frattempo quell’incoerente bagaglio di cavoli, cicogne e spirito santo era divenuto insostenibile, o almeno era così per me. Arrivò quindi quel giorno in cui affrontai mia madre con una logica ferrea che non ammetteva ulteriori indugi.

La trovai in cucina intenta a riordinare dopo pranzo e subito andai al sodo puntando il dito sullo zio Gino e la zia Sandra che non mi facevano tornare i conti: se i figli nascono dopo il matrimonio, domandai, perché loro due che sono sposati da chissà quanto tempo non ne hanno messo al mondo neanche uno?

Non ricordo bene la reazione che provocai, ma certamente ci fu sorpresa, imbarazzo e in definitiva una soluzione dilatoria con il rinvio a un altro momento per la risposta. Non dovetti attendere molto. Dopo qualche giorno arrivò in missione mia sorella Mariù, allora diciottenne, che prese noi piccoli e ci portò nella camera delle altre due sorelle, le maggiori, forse ritenendo quello il luogo più adatto a un momento di crescita e di iniziazione.

Ci sdraiammo su un letto a pancia sotto con Mariù in mezzo che, rivolgendosi un po’ all’una un po’ all’altro, ci spiegò con immagini esplicite come stavano le cose. La reazione fu negativa. A nostro modo eravamo dei bambini anziani, irrigiditi nelle nostre certezze costruite in anni di favole e catechismo.

Passare all’improvviso da una verità immacolata alla realtà concreta della carne fece vacillare l’equilibrio che si era formato dentro di noi. Iniziammo a scuotere la testa da una parte e dall’altra ripetendo “che schifo, che schifo!”, mentre Mariù ci assicurava con un sorriso che da lì a qualche tempo avremmo cambiato idea. Il papà e la mamma che si incastrano come due pezzi di Lego era un’immagine orribile e ripugnante.

E questo anche se l’attrazione fisica non mi era affatto estranea, conoscevo bene il desiderio di vedere un corpo nudo e di spiarne i segreti sotto i vestiti. Le azioni di spionaggio nei confronti delle sorelle non si contavano e alla sera, dopo le preghiere, mi addormentavo sognando i sederi delle mie compagne di classe.

E proprio in classe mi dimostravo particolarmente attivo, come quando lasciavo cadere la matita in terra per recuperarla nel momento in cui la maestra mi passava accanto. Allora tornavo su lentamente, con gli occhi che si arrampicavano lungo quelle gambe interminabili fino a vederle scomparire nel buio sotto la gonna.

Erano gli albori del sesso, questo è certo, ma di un sesso ancora puramente visivo, un’erezione di pupille che non sapeva bene dove andare oltre lo sguardo. Ad ogni modo, di lì a qualche tempo, come Mariù aveva predetto, cambiai idea, o meglio furono le idee che andarono chiarendosi.

Fortuna volle che sotto di noi abitasse Paco, un amico di un paio d’anni più di me che organizzava spesso festicciole a casa sua, grazie a dei genitori non troppo preoccupati da quello che il figlio potesse combinare in quelle circostanze.

Nell’ampio soggiorno di Paco conoscevo ragazze e ragazzi più grandi che da tempo si dilettavano in balli, giochi e attività di interazione amorosa. Mi snobbavano un po’, ero ancora alle elementari, e all’inizio dovevo apparire insulso ed acerbo. Ma in qualche modo riuscì a farmi accettare in quei ritrovi dove sperimentai l’ebbrezza dei primi contatti con l’altro sesso.

Perché se è vero che sulle note di Crocodile Rock ci lanciavamo tutti in propri e personalissimi movimenti ritmici, quando Paco metteva sul piatto un lento scelto sapientemente fra i suoi dischi, come Rocket Man, allora ci univamo a coppie e iniziavamo a dondolare all’unisono, più o meno con grazia, sfiorandoci o appiccicandoci a seconda del grado di intimità, benevolenza o attrazione reciproca.

Le ragazze a me si concedevano con sufficienza, senza abbandonarsi, con la testa girata di lato per evitare incroci di sguardi e vicinanza di labbra, gli occhi altrove distratti. Non erano molto incoraggianti, ma ero pieno di buona volontà e i ritrovi di Paco si ripetevano frequenti.

Un giorno comparve Rossana: capelli neri dalle adorabili onde, occhi di un verde che non avevo mai visto, una voce che mi rimbalzava dentro con echi e vibrazioni soavi. Sembrava disegnata e al tempo stesso era tanto reale da mettere in ombra tutte le altre.

Rossana aveva tre anni più di me, era alle medie da tempo, forse già in terza, parlava di materie che avrei studiato solo in un futuro remoto. A farmela sentire ancora più lontana c’era il suo atteggiamento nei miei riguardi. Non riuscivo a capire se non mi guardava o se proprio non mi vedeva.

Girava la testa da una parte e dall’altra sorvolandomi come se non fossi stato lì, davanti a lei, parlava e ballava solo con i ragazzi della sua età. Dal canto mio quel po’ di disinvoltura che avevo acquisito con le altre, nei suoi confronti era del tutto svanita.

Apparteneva a un mondo che potevo solo sfiorare, Rossana era troppo grande e irraggiungibile, e così mi accontentai di sognarla. Eravamo fidanzati e la sera andavo a prenderla con il mio disco volante, accostavo alla sua finestra e la facevo salire a bordo, ci baciavamo e andavamo a passare la serata da qualche parte.

Poi, sempre con il mio disco volante, la riaccompagnavo fino al suo cornicione, un ultimo bacio prima che scavalcasse la finestra e un saluto ancora con la mano mentre viravo per tornare a casa. Tutto, più o meno, come faceva il fidanzato di Mariù quando veniva a prenderla la sera con la sua cinquecento.

Alla realtà mi riportò un gioco d’azzardo con poste da far perdere la testa. A casa di Paco si iniziò a giocare alla bottiglia, una sorta di roulette in cui i partecipanti puntavano a turno il “cosa fare” lasciando alla rotazione della bottiglia indicare con chi farlo.

Le poste andavano dalla poco impegnativa cartolina, un bacio sulla guancia, alla molto più coinvolgente bomba atomica, un bacio sulla bocca con abbraccio. Ci sedevamo per terra in cerchio, maschi e femmine alternati e ci affidavamo alla sorte facendo girare la bottiglia.

Il caso poteva essere tiepido e farmi accontentare di un bacio sulla guancia di Rossana, oppure poteva essere perfido e costringermi tra le braccia di chi non avrei voluto mai neanche sfiorare. Ricordo che una volta azzardai la bomba atomica e che la bottiglia fornì il suo verdetto.

I maschi allora mi incitarono con un coro da stadio, mentre le ragazze fingevano di nascondere con le mani sorrisi maliziosi che in realtà lasciavano trapelare benissimo. Io e lei ci alzammo e ci appartammo nella stanza accanto al soggiorno. Una volta soli ci sedemmo su uno di quei puff indomabili che si usavano all’ora.

Non bastava il nostro impaccio, dovevamo anche lottare per mantenere l’equilibrio. Il resto è un flash, una luce che mi abbaglia, o una pellicola che si brucia, non ricordo il bacio e neanche se lei era Rossana, ricordo solo un profumo di maglioncino pulito che avrei voluto respirare per sempre.

Forse la troppa emozione ha incrinato la mia memoria in quel punto, o forse nella selezione dei ricordi il profumo ha finito per prevalere sugli altri. Non lo so, fatto sta che non ebbi la possibilità di replicare quel momento magico.

I ritrovi di Paco si dispersero in prossimità dell’estate. L’avvicinarsi degli esami ridusse il tempo libero per chi era in terza media, ma soprattutto un’epidemia di mononucleosi che colpì alcuni di noi mise in allarme i genitori decretando la fine di quelle festicciole.

 

UN GRANDISSIMO PROGETTO

•luglio 14, 2016 • Lascia un commento

 

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L’appuntamento è per una pausa pranzo. La meta è il ristorante indiano all’inizio di via Tadino, quasi all’angolo della cineteca, a due passi da Porta Venezia. Quando sono a cinque minuti, come concordato, avviso via whatsapp che a breve ci sono. Nel display il pollice mi risponde ok. Andrea arriva sbracciandosi da lontano.

Sotto il piumino tecnico d’alta gamma, noto subito una maglia che sembra presa all’Opera San Francesco per i poveri. Nel suo abbigliamento si mescolano capi da alpinista che non bada a spese con avanzi del guardaroba di amici e parenti. Ammette di spendere solo per gli accessori sportivi, per il resto gli basta quello che trova nella roba smessa da altri.

Quando scala una parete, si avventura su un ghiacciaio, o attraversa la Corsica a piedi, Andrea vuole il massimo calzato ai piedi e infilato addosso. “Comodità, sicurezza e calore, con poco peso e ingombro: questo serve quando stai fuori tanto” ha chiarito una volta a me stupito per il prezzo di un suo paio di scarpe da trekking.

Ed era uno stupore non gratuito il mio, vista la sua avarizia da storiella ebraica. I soldi e la loro fuoriuscita è un tema che torna fuori spesso, accompagnato da esclamazioni, occhi sgranati e bestemmie, su cui non lesina, quasi che il carovita avesse responsabilità ultraterrene. Andrea mi raggiunge, mi abbraccia e mi bacia, con baci che schioccano, dati sul serio, con trasporto di labbra che sturano i pori.

“Ciao Macco!” saluta citando sua figlia bambina che ormai da anni non storpia più il mio nome.

“Ciao Andrea, come stai?” do di rimando, con una voce che vuole salire per avvicinarsi almeno un po’ alla sua esuberanza fuori standard. E mentre rifletto sui miei tentativi di pareggiare i nostri umori, lui mi ha già risucchiato all’interno del locale. Il cameriere sorride, la proprietaria sorride, c’è una battuta per tutti.

Parlano a malapena l’italiano là dentro, ma è impossibile non capire Andrea, dovresti essere una pietra, e forse anche una pietra con lui può sentirsi in famiglia. Sto pensando alla simpatia, come valore e linguaggio universale, alfabeto senza confini di mimica e di gesti, che mi ritrovo seduto davanti ad Andrea che ha “un grandissimo progetto in mente per noi due!”.

Lui deve fare progetti, pianificare gite, viaggi ed escursioni, deve sapere che il suo orizzonte, se non a breve almeno tra non molto, si aprirà all’esterno, fuori, nella natura, lontano dal trantran metropolitano che consuma giorni sempre uguali.

Sul treno, la mattina, interpella gli altri pendolari per sapere cosa ne pensano loro di questa vita che ti sputa fuori di casa alla mattina e ti restituisce pronto per il letto alla sera, senza neanche avere il tempo di stare un po’ con i figli, o di fare quattro passi nei dintorni.

E non si capacita a sentirsi dire che non ci sono altre soluzioni, lui è andato a vivere in montagna per fuggire la città, e non si dà per vinto anche se lo stipendio lo riporta a valle tutti i giorni. Allora fa progetti, brevi o lunghi, quello che riesce a ritagliarsi dal lavoro per scappare dall’esistenza che non vuole.

Gli piace anche coinvolgere altri nelle sue fughe, come quando mi portò sulla Grignetta, io che non avevo nessuna esperienza di montagna, su per la direttissima dietro a lui che nel punto più critico, ricordo, ripeteva “bravo Macco, così un passo dietro l’altro, dai che vai bene, non guardare giù però!”.

Ed era bene non guardare giù, perché soffrivo di vertigini, e sotto i ferri su cui poggiavo i piedi la parete scendeva a strapiombo nel vuoto senza fine. Ma se guardavo la roccia a un palmo dal mio naso, appena sopra la catena che stringevo con mani sudate, mi scorrevano davanti le placche alla memoria degli escursionisti caduti in quel punto.

Lì capii che non restava che affidarsi ai suoi occhi, occhi sgranati, iniettati di sangue, occhi da pazzo, da pazzo che segui come fosse un mago che sa come andrà a finire, per esperienza o per divina follia.

Quando Andrea mi propone i suoi progetti sono combattuto tra il fascino dell’avventura e il timore di situazioni che vanno molto oltre il livello della mia preparazione. Così, a sentire di questo grandissimo progetto, mi sono trovato ancora una volta in bilico tra fascino e timore.

-E di che si tratta?

-Be’ a maggio voglio farmi le Dolomiti in bici. Non esiste proprio che sia andato in Australia, Canada, Etiopia, Islanda, Patagonia, e non sia mai andato sulle Dolomiti.

-Sì, in effetti, direi che hai una lacuna grave. E quanto stai via?

-Un paio di settimane, si parte da Bolzano e via verso est. Sono montagne uniche, non vedo l’ora di vedere le Pale di San Martino.

-Devono essere bellissime, ma io sarei stroncato dalla prima salita un po’ seria.

-Sì, sì certo bisogna essere allenati, io già mi sto preparando adesso.

-E quindi?

-Per te ho pensato a una tappa facile, facile, tutta in pianura, da Rovereto a Bolzano, si risale la valle dell’Adige, e in due giorni ci siamo, tranquilli.

-Sembra alla mia portata, quanti chilometri saranno?

-Poco più di ottanta chilometri, comodi, comodi, e alla sera una cena alla buona e, se proprio si deve, dormiamo in albergo, anche se io ho la tenda.

-Ma non dovevi partire da Bolzano?

-Ecco, appunto, se vieni tu, mi organizzo diversamente. Con moglie e figlia andiamo a passare il fine settimana dai miei amici di Rovereto. Tu carichi la bici in treno e ci raggiungi là il lunedì mattina.

-Ah ok, hai pensato a tutto, ma devo vedere che impegni ho, adesso non so.

-Sì, sì certo, pensaci, guarda impegni e orari dei treni, poi fammi sapere.

-Ok in questi giorni vedo.

-Tieni presente che io in questo giro, sto investendo molto in tempo e preparazione.

-Certo, immagino.

-Quindi, io spero nella tua gradita conferma, ma se poi dovessi cambiare idea ho previsto una penale.

-Una penale?

-Sì, se dopo aver dato conferma, non dovessi presentarti alla stazione di Rovereto alla data e all’ora stabilita, mi verserai 137 euro come, magro, risarcimento per tutte le spese logistiche che avrò sostenuto contando sulla tua partecipazione. Che te ne pare?

-Sei un adorabile taccagno, ma visto che anche io sono un tipo parsimonioso, direi che non ho tanta voglia di mettere a rischio questi 137 euro.

-Guarda che la mia proposta è solo apparentemente antipatica, in realtà è molto moderna, promuove l’aspetto motivazionale e rinforza il team building.

-Ma perché parli come un manager adesso? Va be’, lascia stare, ora mangiamo.

Il cameriere sorride, il riso al curry ci riporta in armonia, per il grandissimo progetto si vedrà, penso, immaginandomi nell’atto di aprire la raccomandata che mi notifica la penale per mancata partecipazione e procurata delusione all’organizzatore della gita.

VENIAMO IN PACE

•luglio 14, 2016 • Lascia un commento

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Nell’anno 1560 dalla colonizzazione di Kute, in occasione del Consiglio Universale Telepatico, viene da più parti messa in dubbio l’efficacia del programma Gioia Infinita e Permanente. Tutti convengono sulla bontà dei propositi che hanno portato i padri fondatori a varare questo insieme di norme costituzionali ed è indiscutibile che, pur con alti e bassi, felicità e benessere siano stati garantiti al pianeta per tutti questi anni.

Appare però altrettanto chiaro come la popolazione dia sempre maggiori segni di forte e crescente disagio. I diritti fondamentali riconosciuti a ogni cittadino dal Programma hanno ormai assuefatto gli animi in modo, alcuni temono, irreparabile.

Dopo i tanti aumenti di dosaggio per mantenere intatta la Gioia Infinita e Permanente, vincere al lotto tutti i mesi e vivere in stato di perenne innamoramento hanno portato uomini e donne a una condizione di sazietà fisica e morale. La vita scorre senza particolari avvenimenti, all’apparenza serena e priva di affanni e sofferenze.

Ma gli osservatori più attenti non possono non notare il malessere che da tempo si diffonde costante e silenzioso, come una macchia che si allarga inesorabile nel popolo di Kute. Gli sguardi sono spenti e sembrano non cercare più nulla, anche perché tutto è sempre presente e disponibile. E tuttavia si moltiplicano anche comportamenti curiosi e insoliti, messi in atto da singoli individui o da gruppi di persone che, senza comunicare tra loro, sembrano obbedire a medesime esigenze.

Si sa di raduni dove i kutiani si ritrovano senza essersi cercati, si siedono fianco a fianco e passano ore intenti a guardare il nulla davanti a loro. In modo simile si formano assembramenti per le strade da cui partono cortei silenziosi che si snodano per le vie cittadine. Si vedono persone in atteggiamenti che non si erano mai visti prima: a mani giunte, con le ginocchia a terra, prostrate al suolo, o in piedi con il busto che dondola ritmicamente verso un muro.

“Non abbiamo realizzato la perfezione, evidentemente, ma sono solo anomalie del comportamento, tanto innocue quanto passeggere”, pensò Marelka, una delle menti più ascoltate del Consiglio Universale Telepatico.

“Io credo invece che questi siano i sintomi di qualcosa di più profondo”, meditò Piodemo.

“E di che si tratterebbe?”

“Quello che pensavamo di avere eliminato è rimasto dentro di noi, e ora torna a farsi sentire”.

“Non vorrai tirare in ballo gli antichi credi?”

“Cerco di capire cosa può determinare l’attuale situazione, senza affrettate conclusioni.”

“Voglio sperare che dopo tanti secoli non si cerchi ora di insinuare dubbi pericolosi, mettendo in discussione i nostri fondamenti!”, rimuginò Marelka con sordo brontolio di neuroni e di sinapsi.

“Come pensavo poc’anzi, cerco solo di capire”, riflettè Piodemo con immagini concilianti di colombe e rami di ulivo.

“Eppure ricorderai bene le giuste ragioni che portarono i padri fondatori a cancellare ogni traccia degli antichi credi?”, incalzò Marelka scuotendo il capo per disperdere quei segni di pace.

“Forse era meglio dosarli, contenerli, arginarli in spazi e tempi circoscritti, quei credi, visto il disagio dilagante dei nostri giorni”.

“Le guerre, le stragi, le persecuzioni? Questo pensavi di dosare e circoscrivere Piodemo?”

Il gelo calò sul Consiglio e per lunghi minuti si udì soltanto un basso ronzio di pensieri troppo intimi e trattenuti per poter essere compresi. Seguirono poi, di nuovo nitidi e chiari, i pensieri di altri membri del Consiglio, in un flusso di idee a tratti armonioso a tratti incrinato fino all’attrito. E si delinearono in breve due opinioni dominanti e contrapposte, che facevano capo al soprassedere di Marelka e al recupero controllato degli antichi credi ipotizzato da Piodemo.

Quest’ultima corrente tuttavia risultò maggioritaria tanto da portare il Consiglio Universale Telepatico a deliberare una spedizione transtemporale. Un viaggio per andare sedici secoli indietro sulla Terra, che da allora era stata abbandonata, a recuperare precetti, formule, rituali e tutto ciò che potesse servire a colmare il vuoto apertosi negli animi kutiani.

La spedizione partì carica di prodotti tipici di Kute da donare agli antenati terrestri in cambio dei preziosi testi sacri. Quel viaggio era un tabù, che nessuno aveva mai osato infrangere prima di allora. Un muro granitico innalzato da secoli per lasciarsi alle spalle gli orrori di quel pianeta remoto nel tempo e nello spazio.

Il viaggio fu veloce e la spedizione riprese consistenza sulla Terra, in un luogo che il traduttore simultaneo definì “probabile tempio”. Il congegno puntato su ogni oggetto permetteva ai kutiani di interpretare l’ambiente circostante: “probabile albero sacro”, “probabili luci votive”, “probabile testo sacro”, continuò a tradurre.

Non c’era traccia di terrestri e non c’era tempo per tentare un contatto. L’equipaggio aveva l’ordine di recuperare il necessario e di rientrare al più presto, la Terra era stato un luogo troppo pericoloso per indugiarvi oltre il giusto. I testi sacri vennero raccolti e al loro posto, sotto l’albero colmo di luci votive, furono lasciati i doni portati da Kute.

La spedizione si spostò in un’altra stanza: “probabile refettorio”, “probabile tavolo”, “probabile iscrizione sacra”. L’oggetto che riportava l’iscrizione venne staccato dal muro e vicino vennero lasciati altri doni. Tutto stava andando per il meglio, quando il traduttore emise improvvisamente un segnale d’allarme: “presenza terrestre, attenzione!”. I kutiani rimasero immobili: davanti a loro c’era un terrestre di piccola statura che li guardava tenendo in pugno un oggetto di forma allungata: “probabile arma, attenzione!”

Superata la sorpresa, visto che la raccolta di testi sacri appariva sufficiente, la spedizione decise per l’immediato rientro e, in breve, riprese consistenza su Kute. Il testo e l’iscrizione furono portati immediatamente all’attenzione dei membri del Consiglio Universale Telepatico che, con l’aiuto del traduttore, si misero a ripetere le antiche formule per verificarne l’effettivo sollievo.

Dapprima fu la volta del testo sacro:

Caro Babbo Natale,

quest’anno vorrei tanto un trenino Lima con la locomotiva e almeno sette vagoni, mi piace molto quello che porta le macchine. Mi piacerebbe anche un cinturone con due pistole da cow boy, il fucile di Tex me l’hai portato l’anno scorso. Se poi hai delle macchinine e me ne porti qualcuna sono contento.

Grazie

Marco

“Armi, armi! Ecco perché pregavano, per avere delle armi, per uccidere e devastare, per ridurre la Terra come l’hanno ridotta, per costringere i superstiti a fuggire in cerca di scampo! Ecco cosa ci siamo portati in casa, ecco con cosa ci stiamo infettando! Sarai contento adesso Piodemo di quello che hai fatto per la tua gente?”, proruppe furente Marelka con un pensiero che cadde come una meteora sulle menti dei membri del Consiglio.

“Io credo che quelle parole non debbano essere interpretate per come appaiono, sono certamente immagini simboliche, forse la richiesta di avere maggiore forza d’animo, quelli erano tempi duri. Non affrettiamoci a trarre conclusioni, sono certo che nell’iscrizione troveremo maggiori risposte, e se così non fosse sono pronto ad andarmene in esilio”, rispose Piodemo pacato ma tanto fermo da convincere il Consiglio a proseguire.

Il traduttore venne puntato sull’iscrizione sacra e tutti si accinsero a ripetere:

sottaceti, sottolio
prosciutto crudo,
cotto, salame, pancetta
cappelletti, grana,
formaggi vari
un tacchino,
panettone, torrone
frutta secca, datteri
arance, mandarini

ricordati la bolletta del gas

Un bacio se non ti vedo domattina

Finita la lettura, l’intero Consiglio rimase in un silenzio irreale, come se i singoli membri si fossero dispersi nello spazio più profondo. Nessun pensiero veniva emesso dai pur tanti componenti del consesso. Dopo un tempo che sembrò infinito, si udì qualcosa che non si era mai sentito, un lieve singulto, sottile ma continuo, dapprima quasi impercettibile, poi sempre più alto e forte.

“Probabile pianto”, interpretò il traduttore.

“Un bacio, solo un bacio, che valore doveva avere un bacio per inserirne uno, soltanto uno, in un’iscrizione sacra?”, sospirò Marelka portandosi alle labbra le mani giunte.

IN PRINCIPIO FU UN BASCO

•marzo 25, 2015 • 9 commenti

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Ricordo bene i due uomini in tuta blu che portavano su per le scale il mobile di mia sorella. Uno aveva un basco nero, come usavano una volta le persone semplici, non gli artisti e nemmeno i militari. Il basco portato senza vezzo e senza orgoglio, calato sulla testa come un inevitabile coperchio, un completamento necessario al vestire civile e da lavoro. Ero uscito sul pianerottolo e li guardavo attento studiando ogni loro movimento: a quell’età ogni cosa è nuova e piena di mistero. Appoggiarono il mobile appena fuori dalla porta e presero fiato. L’uomo dal basco nero, con il picciuolo che gli spuntava al centro della testa, mi guardò asciugandosi la fronte con un braccio. E poi mi rivolse qualche parola. Come non dire qualcosa a un bambino che ti guarda come se fossi un re o un marziano?

INIZIO ESTATE

•marzo 20, 2015 • 2 commenti

Dalle finestre prima mute

le voci scendevano in strada

insieme al suono delle posate e dei piatti

e al profumo dei tegami sul fuoco.

La vita si apriva all’aperto

nei campi striati di rosso

chiusi ai confini da verdi filari

che toccavano il cielo di giugno

mai stanco di luce.

DELIRIO DELL’EBBRO DI SOLE

•marzo 17, 2015 • 4 commenti

ripubblico

Butta, cielo, butta.
Infierisci con tutta la forza che hai.
Rovescia quello che hai in serbo
per l’anno a venire.
Colma le strade di bianco
e rendici muti dal gelo.
Ricorda a tutti cosa sai fare
nei mesi d’inverno.
Mostra i muscoli delle tue nubi
e invadi la terra
dove ormai secca ogni cosa.
E facci rimpiangere quando sei terso d’estare
e l’aria che porta i profumi cotti dal sole.