IL POPOLO DEI MONTI ILLUMINATI

•settembre 26, 2018 • Lascia un commento
autumn city clouds dark

Photo by Flo Dahm on Pexels.com

Non siamo mai andati al di là del muro a secco, dove si vedono solo il cielo e i filari delle vigne. Ci hanno detto di non allontanarci dal paese e così abbiamo fatto dall’inizio dell’estate. I giorni passano uguali giocando a pallone a ridosso della chiesa, o alla guerra fra le case diroccate, ma ogni tanto guardiamo il muro e le viti dai grappoli acerbi che scendono lungo il colle fino alla valle sottostante.

Dopo cena ci fermiamo sul balcone che unisce le stanze aperte sulla parete della casa. Nel cielo il buio è calato e resta solo un ultimo bagliore a disegnare il profilo dei monti oltre la distesa delle viti. Quei declivi non più vuoti e inerti a sera sono punteggiati dalle luci di strade lontane e di paesi sconosciuti.

Nell’aria ci sono i grilli e la musica che scende dalla piazza, i grugniti dei maiali chiusi ai margini dell’aia e gli aerei invisibili che nel nero profondo inseguono il sole in fuga verso il mare. Si sta così, anche per un’ora, con le gambe a penzoloni dalla ringhiera tirando a indovinare quanto possano distare da noi quelle luci e come possa mai essere la gente di laggiù.

Un giorno Ale mi dice che è ora di finirla di giocare e che è arrivato il tempo di capire le intenzioni di quelli delle luci. “Non sappiamo chi sono e cosa fanno, forse sono popoli nemici e magari neanche umani!”, aggiunge in piedi su una vecchia macina indicando verso i monti con il fare dei momenti seri.

Poi mi svela un segreto che ha tenuto per sé fino ad adesso. Una notte ha visto dei lampi scendere dal cielo su quei luoghi e giura che non è stato come nei normali temporali: tutto è avvenuto senza pioggia e sembrava che ai lampi caduti sui monti dalle nubi ne seguissero altrettanti di risposta verso l’alto quasi come scambi di colpi di cannone. “Chi può fare cose del genere?” mi ha urlato Ale con la rabbia di chi pensa di non essere creduto.

Ma io credo ad Ale, sempre, credo a lui e ad ogni sua parola. Quando mi vede spaventato scende dalla macina e si avvicina per calmarmi. “Non aver paura, non è che dobbiamo pensare a tutto noi, in paese c’è chi è capace di fare cose che tu neanche ti puoi immaginare, cose da far tremare anche quelli delle luci”.

E mentre parla ancora si mette a correre facendo segno con la mano di seguirlo. Ale vola sul sentiero di terra battuta che si snoda tra le case abbandonate, scansa le pietre cadute dai muri con salti che gli alzano le braccia come ali, segue una sua via segreta imbucando i vicoli senza alcuna esitazione.

Io gli sto dietro cercando di imitare i suoi veloci spostamenti, i balzi e gli appoggi sicuri sull’orlo delle buche. Anche io voglio essere incurante del pericolo di bisce e di scorpioni, anche io invulnerabile e leggero sui cocci di bottiglia sparsi fra i ciuffi d’erba secca. Ale sbuca fuori dalle ultime case e raggiunge in breve i cespugli di more che segnano la fine del paese da quel lato. Si accuccia dove sembra aprirsi un passaggio tra i rami spinosi e mi fa segno di andargli a fianco senza far rumore.

Al di là delle more si alza del fumo da un fuoco acceso per bruciare degli sterpi. Un vecchio butta sulle fiamme alcune frasche e si siede accanto a un capanno, prende qualcosa da un piccolo sacchetto, se lo porta alla bocca e si mette a masticare rivolto verso il fuoco. “Quello è Faccia di quercia”, sussurra Ale con un filo di voce, “è vecchio ma è così forte che può fare quel che vuole. Guarda, non ha i denti e tritura come niente le castagne secche!”.

Faccia di quercia mastica lentamente e noi guardiamo incantati quelle guance di corteccia distendersi e contrarsi mosse da chissà quali forze misteriose. Ale indica verso un albero vicino. C’è un uomo in piedi tra i rami che parla e gesticola verso le nuvole e sembra rivolto a qualcuno affacciato lassù ad ascoltarlo. “Quello è Ghianda, il figlio di Faccia di quercia, si arrampica dove vuole e se cade non gli succede niente. Dicono che ha qualche santo in Paradiso”.

Dopo aver osservato padre e figlio ci ritiriamo per non farci scoprire e, appena arrivati al riparo delle case, Ale mi assicura che questo non è ancora niente. Poi si rimette a correre seguendo i suoi tragitti.

A volte attraversiamo il paese e scendiamo fino al fiume che sotto le fronde degli alberi segna il confine con i campi. Aperto un varco tra i cespugli, gettiamo nell’acqua dei fili con le esche e restiamo a vedere se qualcosa abbocca. Una mattina siamo sdraiati con gli occhi al cielo e il braccio disteso verso l’acqua in attesa che si tendano le lenze. Mi sto quasi addormentando quando sentiamo delle voci.

Il rumore di tuffi ci fa dimenticare subito la pesca. “Le sirene!”, mi dice Ale in un orecchio. “Non farti vedere che se no scappano”, aggiunge scostando appena le foglie davanti agli occhi. Corpi bianchi scorrono veloci dietro la sottile barriera di fogliame. “Adesso non fa freddo ma io le ho viste fare il bagno nel fiume anche d’inverno e pure sotto ai temporali veri, quelli con la pioggia”.

Le sirene improvvisano una danza sul fondale basso. Emergono dalla vita in su con le braccia ad arco sulla testa e si lanciano in brevi piroette prima di ricadere nel fiume con un tonfo. Un ballo che si trasforma in scambi di schizzi d’acqua e bordate di terra fradicia raccolta dall’argine fangoso. “E anche queste figurati se hanno paura di quelli delle luci”, conclude Ale che conosce bene con chi ha a che fare.

Il cane stringe tra i denti la manica della maglia e indietreggiando mi tira per il braccio. Sono spaventato, punto i piedi e non capisco cosa voglia da me questo bracco che inizia a ripetermi: “Svegliati, dai svegliati!”. Quando apro gli occhi, Ale è davanti a me e cerca di tirarmi giù dal letto.

“Cosa c’è? Cosa ci fai qui?”, gli chiedo ancora mezzo addormentato.
“Devi venire con me all’osteria del Tordo, subito!”
“Ma che ora è? Non posso uscire di notte”.
“E’ quasi mezzanotte, per una volta dovrai disobbedire”.
“Ma perché?”
“Stasera c’è una gara di bevute, ci sono i più forti del paese e dei dintorni, tutti riuniti in una volta sola, è ora che tu veda tutti quelli su cui si può contare”.
“Ma come faccio? Se la mamma si accorge che sono uscito…”
“Tutti dormono e nessuno verrà a vedere se ci sei.”
Provo a sottrarmi ad Ale e alla sua insistenza, gli occhi mi bruciano, ho paura, ma so che mi ha già convinto.

Camminiamo rasenti ai muri nei vicoli deserti, attenti a non fare rumore, con le ombre che si allungano davanti a noi quando superiamo le luci appese fuori dalle case. Non ho mai visto il mondo a quell’ora della notte e ogni cosa sembra nuova, anche se tutto è lì dove si trova di giorno, da mattina fino a sera.

L’osteria del Tordo appare dopo una curva in fondo alla discesa che porta fuori dal paese. Lì è diverso dal giorno. Decine di auto, vespe e motorini sono ammassate nei pressi del locale da cui sentiamo provenire urla e risa. Ale si arrampica sul cofano di un auto e mi fa segno di salire. Ci appoggiamo al davanzale di una finestra e guardiamo dentro all’osteria.

Un fumo denso e vivo riempie la stanza e rende difficile vedere. Si alza in sottili volute e in improvvisi sbuffi soffiati in alto forse da invisibili vulcani. “Non è di sigarette”, commenta Ale, “questa sera ci sono anche le anime dei morti”.

L’occhio a poco a poco si abitua e inizio a distinguere delle persone che agitano le braccia e si accalcano fitte fitte attorno a un tavolo. Non capisco se sono contenti o arrabbiati, se fanno festa o se è una rissa. Un coro incalza due uomini seduti, uno di fronte all’altro, separati da una disordinata barriera di bottiglie vuote. “Sono Palla e Filo”, mi grida Ale, “fanno a chi beve di più e peggio”.

Palla ingolla vino da un cartone e manda giù qualche sorso da un flacone con su scritto paraflu. Filo rovescia in una brocca il contenuto di ogni bottiglia che gli passano dal banco. Di una riconosco l’etichetta, è il sapone che la mamma usa per i piatti. Quando ha riempito la brocca fino all’orlo, Filo porta le labbra al bordo e inizia ad aspirare con un rumore che ricorda più una macchina che un uomo. Sembra non finire mai, poi a un tratto tira su la testa, fa una strana smorfia e cade indietro tra le gambe di chi gli sta attorno.

Intanto Palla crolla in avanti sulla tavola spazzando via le bottiglie in ogni direzione. “La gara è finita”, dice Ale, “credo sia un pareggio”. Nell’osteria del Tordo ora regna un gran silenzio, si sente solo un lieve borbottio provenire da Filo ancora steso a terra. Dalla sua bocca prende il volo una bolla di sapone che si alza libera nell’aria fumosa, gira sopra i tavoli piena di luci e di riflessi, e si appoggia infine su una trave svanendo in uno scoppio silenzioso. “Con gente così al nostro fianco non abbiamo proprio nulla da temere”, dice Ale saltando in strada giù dal cofano dell’auto.

Nell’aria di fine agosto appena lavata dalle piogge il sole entra in casa svelando la polvere anche negli angoli più bui. Mi alzo dal letto e guardo il pulviscolo che danza nella luce filtrata dalle imposte. Apro appena la porta della camera e vedo la mamma fare pulizie. Spolvera i ripiani con un panno, percorre mensole e ripiani, regala ad ogni cosa un momento di attenzione. Segue un tracciato invisibile che termina vicino a papà seduto nella sua poltrona a leggere il giornale.

“Senti”, dice rivolta alle notizie in prima pagina, “anche quest’anno è andata così, va bene, bisogna risparmiare ancora per un po’. Ma l’anno prossimo portiamolo al mare, dove può trovare qualche amico, altri bambini, non sopporto di vederlo sempre così solo, non va bene, non va bene…”. Il giornale si abbassa leggermente, si muove a destra e a sinistra in piccoli scatti, poi torna nella posizione precedente. Mi volto e guardo Ale, è sdraiato in cima all’armadio con le mani sotto la testa, lo sguardo al soffitto e tra i denti il gambo di una spiga.

Da tempo sento parlare della nuova provinciale che corre dietro i monti, oltre la valle delle vigne. Prima d’ora non avevo capito quanto il papà la trovasse interessante. “Si risparmia un bel po’ di chilometri e la si prende con la strada bianca che parte dopo quelle case”, dice alla mamma quando stiamo per partire. Salgo in piedi sul muro a secco e guardo la strada bianca che si snoda tra i vigneti fino a salire e a perdersi sui monti. Salto giù dal muro e corro in casa a cercare Ale.

In camera non lo vedo. Guardo dappertutto, dentro e sopra l’armadio, sotto al letto e in tutti i nostri spazi più segreti. Ale non c’è. Corro fuori a vedere se per caso si è allontanato e sta tornando. Niente, nell’aia c’è soltanto l’auto con il motore acceso e papà che grida “è ora di partire!”. Guardo ancora oltre il muro a secco. I monti sono là, oltre la valle, sembra aspettino soltanto il nostro arrivo.

Una libellula inizia a girarmi attorno, mi sbraccio per allontanarla ma lei insiste a infastidirmi. Allora ricordo quante volte Ale ha detto che può trasformarsi in quel che vuole. Dopo alcuni giri in tondo, la libellula punta decisa verso casa infilando la porta ancora spalancata.

Scanso la mamma e corro dietro all’insetto che sa bene dove andare. Sbatte più volte contro la porta socchiusa di camera mia, trova lo spiraglio, entra e vola sulla scatola del Lego e da lì si sposta su dei Tex impilati in un angolo. Fa più volte la spola tra la scatola e i giornalini poi si allontana e vola via, dalla stanza e dalla casa.

Le mani si mettono in moto senza che riesca a capire cosa sto facendo. Monto velocemente i pezzi del Lego, uno sull’altro, per dare corpo a qualcosa che sta prendendo forma: un rettangolo lungo e uno più corto che attacco a un’estremità dell’altro. Forse è questo, più o meno, quello che Ale intendeva, una grossa lettera “L”. La impugno per il lato corto e mi guardo allo specchio… una pistola, può sembrare una pistola, almeno da lontano.

La macchina corre sulla strada bianca, alzando nuvole di polvere come fa la nave con le onde. Da una parte e dall’altra si stendono i filari delle vigne. Seduto dietro, stringo tra le mani la pistola di Lego e guardo attento. Il mare verde si apre inesorabile davanti alla macchina che corre avanti quasi non ci fosse nulla da temere.

In fondo alla valle la strada bianca inizia a salire sul pendio e a inerpicarsi sempre più in alto con una serie di tornanti. Terminati i filari, ai lati della strada compaiono alberi e cespugli. Dopo una curva si alza un muro che corre a destra della carreggiata. Stringo i denti e mi aggrappo alla pistola di Lego. La macchina prosegue incosciente ancora per qualche decina di metri e a un tratto rallenta.

Penso ad Ale e a tutto quello che ci siamo detti sull’importanza del coraggio quando è il momento di lottare. Ripeto i rituali che aiutano la forza a diffondersi nel corpo e sento le urla di guerra che risalgono la gola pronte a sgorgare come lava. Ho un’arma e la determinazione di chi non può più scappare.

La macchina si ferma. Alzo gli occhi appena. Il papà e la mamma guardano nella direzione dove fino a poco prima c’era il muro. Sorridono. Fuori dalle case ci sono delle donne e dei vecchi che fanno cenni di saluto. Dei bambini sbucano da dietro il muro e vengono a vedere. Uno mi saluta a due mani imitato subito dagli altri. La pistola di Lego scivola sul sedile e faccio appena in tempo ad agitare le mani dietro il vetro prima che papà riparta per la nuova provinciale.

Annunci

IL CERCHIO

•settembre 17, 2017 • 2 commenti

 

17052009_002.jpg

 

Mi sembra ieri. Il fuoco è veloce, inarrestabile, divora tutto come una belva feroce. Le urla si alzano in cielo insieme alle fiamme che danzano impazzite nel buio. Lo scheletro d’acciaio, immenso e perfetto, costruito con il rigore che ha reso famosa l’ingegneria tedesca nel mondo, si scioglie, si piega, si accartoccia e si schianta come il gioco di un bambino. Lo straordinario zeppelin, il nostro orgoglio, il più grande oggetto volante mai costruito, è ridotto a un ammasso di lamiere fumanti. L’LZ 129 Hindenburg era un dirigibile di dimensioni enormi: lungo come due campi di calcio, trasportava un centinaio di persone e raggiungeva la velocità di 135 km/h.

Aveva già attraversato l’Atlantico più volte e quella trasvolata, alle origini pionieristica e avventurosa, aveva ormai assunto il carattere di una placida crociera. Anche l’infiammabile idrogeno, che riempiva le celle del dirigibile consentendone il galleggiamento aereo, era considerato ormai domato dai prodigiosi ritrovati della tecnica. Ma la perfezione è soltanto un miraggio.

Nonostante le misure di sicurezza, alle 19,25 del 6 maggio 1937, mentre tentiamo l’attracco al pilone di ormeggio della Stazione Aeronavale di Lakehurst, nel New Jersey, l’Hindenburg prende fuoco e, nel giro di un minuto, viene completamente distrutto. Le immagini che mi restano sono vaghe: c’è il fuoco che si espande e il calore che mi spinge in alto, attraverso l’involucro in fiamme e poi ancora più su, nell’aria che si fa sempre più fredda. I rumori diventavano fiochi, mentre la brina mi copre la faccia, le mani e quello che resta della divisa.

Il 7 dicembre del 1941 alle Hawaii era un giorno come un altro. Un giorno appena iniziato per la flotta americana del Pacifico alla fonda nella rada di Pearl Harbour. George Berenson era imbarcato sulla corazzata USS Arizona come responsabile di una squadra di meccanici in sala macchine, un ruolo che nessuno aveva mai ricoperto prima di allora a una così giovane età. Aveva vent’anni, un colorito molto scuro e parlava uno slang con un forte accento degli Stati del Sud.

Tutto normale, assolutamente ovvio per un giovane nero originario dell’Alabama, se non fosse che da quattro anni io, Hans Gebel, ufficiale della Luftwaffe imbarcato sul dirigibile Hinderburg distrutto dal fuoco nel New Jersey, coabitavo in quel corpo. Mi erano nitidissimi i ricordi della mia vita a Colonia, e anche quegli ultimi attimi di comandi e di manovre per eseguire l’ancoraggio, appena prima che l’esplosione divorasse ogni cosa. Quella stessa esplosione che mi lanciò in aria con un’alta parabola al termine della quale c’era proprio il corpo di George Berenson, un ragazzo nero dell’Alabama la cui anima gentile non oppose resistenza, si ritrasse e fece posto a quel nuovo arrivato caduto dal cielo.

George stava tornando a casa per pranzo e all’improvviso la sua testa si riempì di parole, di suoni e di immagini che non aveva mai sentito e visto prima. Doveva essere per lui come sognare ad occhi aperti, ma il sogno era di un altro. Credeva di essere impazzito e corse via, a nascondersi, non poteva farsi vedere mentre agitava a scuoteva la testa per tentare di scacciare i ricordi di una vita in Germania che non aveva mai vissuto. Arrivò a pensare di essere posseduto dal diavolo e si rivolse al Pastore della chiesa evangelica che seguiva i fedeli del quartiere. Il religioso si dispose paziente ad ascoltarlo, convinto che si trattasse di normali turbe giovanili da sbrigare con poche e bonarie parole, ma le cose andarono diversamente. Tra i tentativi di George di raccontare cosa gli stava accadendo, le inevitabili incomprensioni e le frettolose rassicurazioni il tempo trascorreva inutilmente senza che si giungesse ad alcuna soluzione.

Alla fine sbottai e mi intromisi cercando di spiegare al Pastore che cosa era successo: l’uomo sgranò gli occhi e si ritrasse bruscamente, tentò di alzarsi e ricadde a sedere, e di nuovo si alzò, mentre io continuavo a parlargli concitato. Il mio intervento pose fine bruscamente all’incontro con il pastore che si allontanò di corsa lasciando George solo sulla panca, con la testa tra le mani, avvilito e spaventato come non era mia stato: che un ragazzo poco più che analfabeta si fosse messo a urlare in tedesco doveva essere stato uno spettacolo dirompente.

“Com’è possibile? Parlo e capisco una lingua che non conosco? E chi sono tutte queste persone che ho in testa? E questi posti mai visti?”, mormorò George con un filo di voce.

“Non credere che per me sia meno difficile, non sono io che ho voluto quello che sta succedendo!”, risposi sprezzante ed esasperato oltretutto dalla beffa di ritrovarmi, io, un ufficiale della Luftwaffe, dentro il corpo di un nero!

Dopo le prime difficoltà, riuscii a trovare con George un modus vivendi, ma l’accordo tra noi non bastò a riportare alla normalità i rapporti tra lui e il suo ambiente: troppo spesso gli capitava di mettersi a parlare in tedesco e di tenere altri comportamenti che risultavano allarmanti. A scuola risolveva calcoli complicati e si perdeva in speculazioni filosofiche, camminava fischiettando sinfonie e di fronte a qualsiasi disfunzione o malfunzionamento non riusciva a trattenersi dal lanciarsi in esaltazioni di Hitler e della Germania nazista.

Ormai tutti lo consideravano un pazzo e la situazione rischiava di precipitare a breve nel ricovero in una struttura psichiatrica. Fu così che lo convinsi ad arruolarsi in marina: là avrebbe potuto inventarsi qualcosa per giustificare quelle parole in tedesco che ogni tanto gli sfuggivano tra i denti, mentre tutte le sue competenze nel campo della fisica e della meccanica sarebbero state bene accette, anche se comunque sorprendenti in un ragazzo nero dell’Alabama. Io, dal canto mio, avrei dovuto imparare a tenere sotto controllo la nostalgia e l’orgoglio patrio.

“Questo è un primo passo per andare avanti, lontano da chi ora potrebbe renderti la vita difficile, sei d’accordo?”, chiesi a George concludendo le mie argomentazioni.

“Jawohl!”, rispose lui teso e frastornato.

La marina degli Stati Uniti fece un ottimo acquisto. Presto gli ufficiali più avveduti compresero le potenzialità di quel ragazzo nero e lo sottrassero alle angherie dei commilitoni e dei sottufficiali che mal tolleravano la sua superiorità intellettuale. George bruciò le tappe e a soli vent’anni si trovò a comandare una squadra di meccanici nella sala macchine di una delle più importanti navi da guerra degli Stati Uniti, la corazzata USS Arizona. Dopo quattro anni di vita insieme mi ero affezionato a quel ragazzo ed ero sinceramente contento per i risultati che aveva raggiunto.

Poi venne quel giorno, il 7 dicembre del 1941. Alle 7,50 suona l’allarme, dapprima si pensa a un’esercitazione anche se non ne è stata data notizia, alcuni ipotizzano un test per stimare la capacità di reazione dei marinai in caso di un attacco senza preavviso. Ma non si è mai assistito a nulla di simile e la confusione è grande. Nessuno ha idea di che cosa stia davvero accadendo, non siamo in guerra, ci troviamo nel porto, in territorio americano, non può essere nulla di serio.

Ma i megafoni continuano a ripetere che “non è un’esercitazione” e alla fine tutti si precipitano in coperta. Appena George si affaccia all’aperto mi è subito chiaro che sta succedendo qualcosa di grave. Sento il rombo degli aerei, li vedo volare bassi tra le navi, con il disco rosso sul fianco e sulle ali, sento le prime esplosioni, il crepitare delle mitragliatrici, e vedo il fuoco e il fumo nero che si alza dai ponti dei navigli ormeggiati.

Non riesco a muovermi e non so cosa fare, poi un fischio sempre più acuto e vicino mi fa capire che un’altra fine è arrivata: una bomba centra l’Arizona, sfonda ponti e paratie, penetra giù sempre più giù, fino al cuore della corazzata, nel deposito delle munizioni. L’esplosione è spaventosa. Le lamiere si contorcono con un fragore che squassa ogni cosa e lo spostamento d’aria è il pugno di un gigante. George viene sollevato in alto e avvolto dal fumo acre della pirite, oltre i pinnacoli neri e la trama luminosa dei traccianti. La battaglia si allontana, è qualcosa che ormai appartiene alle vite di altri.

La notte del capodanno vietnamita del 1968, fra il 30 e il 31 gennaio, l’esercito nordvietnamita e i guerriglieri Viet Cong scatenarono l’offensiva del Têt, un grande attacco a sorpresa contro le più importanti città del Vietnam del Sud. Come ordinato dal generale Vo Nguyen Giap, comandante supremo dell’Armata del Nord, l’antica capitale Huế venne presa d’assalto da dieci battaglioni che in pochi giorni riuscirono quasi a sopraffarne le difese. Tra gli ufficilai al comando della controffensiva c’era Duong Phan, un colonnello dell’esercito sudvietnamita che aveva scalato brillantemente le gerarchie militari grazie alle qualità superiori che aveva dimostrato fin da bambino.

Era stato esattamente il 7 dicembre del 1941 il giono in cui il piccolo Duong divenne, improvvisamente, a tutti gli effetti, un enfant prodige. Il suo maestro ne conservava un ricordo lucido e chiaro, dal quel preciso momento Duong iniziò a parlare correntemente in tedesco, risolveva ogni problema di matematica, intratteneva gli insegnanti conversando su Goethe e Schopenhauer, e costruiva bellissimi modellini di dirigibile, perfettamente funzionanti. A sentirla raccontare era stata una bella favola, ma per Duong non furono tutte rose e fiori.

Nei primi tempi rischiò di essere emarginato e di finire confinato in qualche struttura psichiatrica senza ritorno. Non era stato facile per i suoi parenti e per gli amici comprendere e accettare tutto quello che così repentinamente si era andato manifestando. Per fortuna il maestro e tutta la struttura scolastica riuscirono a proteggere Duong e a creargli degli spazi dove poter esprimere il suo mondo liberamente. Io peraltro mi ero molto placato, dopo aver lasciato George ed essermi ritrovato ancora una volta in un altro corpo, mi ero rassegnato a vivere quella condizione senza pormi più domande che non trovavano risposta.

Imparai a controllarmi, a evitare uscite che potessero mettere quel bambino in difficoltà e a comunicare con lui nel modo più equilibrato. Cercai di ricordare quel poco che avevo letto di Sigmund Freud per affrontare al meglio la nostra convivenza. Iniziai così a parlare a Duong soprattutto quando si accingeva al riposo, come fossi un amico che gli compariva in un sogno.

“Oggi ce la siamo cavata proprio bene, non trovi Duong?”

“Sì, anche se a un certo punto non sapevo proprio più come andare avanti nel compito, per fortuna c’eri tu”, rispondeva lui mezzo addormentato.

“Sì ho visto, domani per l’interrogazione di matematica non ti preoccupare, se sei in difficoltà, basta che ripeti quello ti dico io, va bene?”

“Va bene, grazie, sei un amico!”

Ora il suo volto è riflesso nei frammenti di vetro sparsi per terra: il colonnello Duong Phang è in ginocchio ferito dalle schegge sollevate dalle bombe cadute sulla capitale Huế. Quella che sarà ricordata come l’offensiva del Têt è in pieno svolgimento. Duong ha il viso contratto dal dolore e io soffro con lui nel vederlo così lacerato nel corpo e nel sentirne lo sconvolgimento interiore.

Ma non ho il tempo per cercare delle parole di aiuto e di conforto: nel martellare indistinto della battaglia, un fischio terribile si avvicina, sempre più forte. La vampata è accecante, il boato invade il corpo e la mente. Duong viene sollevato in aria insieme a tutto quello che lo circonda, terra, macerie, armi e munizioni. Una nuvola di fumo e polvere ci accompagna in cielo, dove il caldo umido si apre a una brezza azzurrina.

Gli altri grattacieli si affollano in basso. Dal novantaduesimo piano delle Twin Towers il panorama toglie il respiro e il mondo appare lontano. La promozione a direttore della filiale americana è un balzo in avanti nella mia carriera, e ne sono felice. Una felicità che si accompagna a un senso di giustizia, perché so quanto me lo sono meritato: “il ’96-2001 è un quinquiennio di portata storica per la nostra azienda e il merito lo attribuisco senza tema di smentita a Friedrich Gebel!”, ha detto l’amministratore delegato ai soci prima dell’estate.

Ma tutto questo, gli impegni, il lavoro e la famiglia non mi fanno dimenticare chi sono e le vite che ho vissuto ancora prima di nascere. George e Duong sono stati un ponte che mi ha riportato a casa e ritrovarmi qui, a New York, a 64 anni dal disastro dell’Hindenburg, mi fa capire che il cerchio questa volta si è chiuso. Una certezza che mi viene anche da questo sole di agosto che splende come un sigillo divino.

Guardo la foto del nonno che mi sono portato da Colonia e ancora mi sorprendo nel vedere quanto gli somiglio, me lo ha ripetuto ancora oggi Sara, dolce Sara, che non sa quante vite ha sposato. A fine settembre, appena avrò avviato l’ufficio e sarò più tranquillo, andrò a Lakehurst a deporre un mazzo di fiori dove lui è morto e non ha avuto fine.

RITORNO A CASA

•luglio 19, 2016 • Lascia un commento

915708_248043701

Il gelo allentava la presa e nella volta plumbea del cielo si aprivano sottili fessure di azzurro. All’interno delle immense voliere gli stormi di icewings migravano verso Nord, accompagnati dal cupo muggito delle letargcows che saliva stanco dai recinti. L’aria fresca portava il profumo dei peschi di Saturno che spuntavano regolari sopra i filari abbaglianti delle forsizie di Venere. La stagione fredda era alla fine.

Gli animali e le piante della galassia richiamavano molti visitatori, ma era la ricostruzione di Venezia a essere ormai da trent’anni la più grande attrazione del parco. Con l’approssimarsi della primavera, migliaia di turisti provenienti da ogni pianeta si accalcavano attorno a Little Venice per ammirare lo spettacolo che ogni anno si ripeteva puntuale ai primi caldi.

Sotto gli sguardi trepidanti del pubblico, il livello dell’acqua che lambiva le calli e i palazzi si abbassava lentamente. Il liquido si ritirava dalla città e andava ad addensarsi nella laguna dove, asciugatosi e divenuto duttile come la creta, si alzava a formare un tumulo che mutava sotto gli occhi degli spettatori, come plasmato dal tornio di un artista invisibile. Dalla materia informe spuntava una testa, si definiva un busto, comparivano arti, mani, dita e alla fine, in un tripudio di urla e di applausi, prendeva vita un corpo umano.

L’Uomo Laguna, come veniva chiamato dalla gente, aveva sempre vissuto così. Non era mai stato nel mondo e non sapeva nulla di sé e delle sue origini. Era stato educato a considerare normale, per lui, quella particolare condizione di vita. Una volta tornato umano, veniva condotto dal guardiano del parco in quella che diveniva la sua casa. E qui restava dall’inizio della primavera fino all’autunno inoltrato quando, con l’approssimarsi del gelo, tornava a dare spettacolo sciogliendosi a poco a poco nei canali di Venezia.

E così anche quell’anno, ancora una volta, tra grida e battiti di mani, le acque di Little Venice si trasformarono in The Lagoon Man. Ma per l’Uomo Laguna quella primavera doveva essere diversa da tutte le altre. Alla fine dello spettacolo c’era ad attenderlo un giovane che, con fare sbrigativo, gli disse che il vecchio guardiano era morto durante l’inverno.

Quelle parole erano per lui tanto inattese quanto incomprensibili. Morto? Che cosa significava morto? L’Uomo Laguna non aveva mai sentito quella parola e, mentre rifletteva sul suo significato, venne accompagnato a casa e lasciato fra quelle mura dove non si era mai trovato solo.

Morto? Forse vuol dire che torna più tardi, pensò, sedendosi sul bordo del letto mentre gli occhi percorrevano ogni particolare della stanza. Era tutto rimasto come l’aveva lasciato quando se n’era andato nell’autunno precedente. Il cuscino non era parallelo alla parete, ma lievemente obliquo con solo un angolo che toccava il muro, come usava tenerlo lui.

Sulla piccola scrivania tre matite colorate presidiavano il lato destro del ripiano, disposte a scala, la gialla che svettava, la blu a destra lievemente ritratta, e la rossa ultima prima del precipizio, con la punta ancora più in basso rispetto alla blu. Le aveva lasciate così. Quell’immobilità gli trasmise, improvvisa, una sottile punta d’angoscia, una sensazione che non aveva mai provato.

L’Uomo Laguna trascorse alcuni giorni nella sua stanza, come era stato abituato a fare, ma questa volta non si mise a leggere o a disegnare: tra il sonno e la veglia rimase in costante attesa di sentire un rumore al di là della porta. Le ore passarono e non successe nulla, allora capì che cosa significava morto: voleva dire che il vecchio guardiano non sarebbe tornato più.

Si sentì smarrito, disperato, solo. Non aveva mai provato nulla di simile. Quell’uomo taciturno era la sua famiglia, l’unico essere umano con cui avesse mai avuto a che fare, con cui avesse mai scambiato qualche parola, l’unico tramite tra lui e gli altri.

Ricordò i rumori che negli anni si era abituato a sentire al di là della porta. I passi del vecchio guardiano che si muoveva per la casa, i suoni di piatti e posate provenire dalla cucina, il rimescolio regolare della lavatrice che più di una volta aveva cullato il suo sonno.

Ora là fuori era tutto silenzioso e realizzo che non c’era da aspettarsi più nulla. L’Uomo Laguna si alzò in piedi e si mosse verso la porta. Dapprima la socchiuse soltanto, cercando di osservare il più possibile dallo spiraglio che lasciava intravedere un corridoio buio senza fine, poi l’aprì a sufficienza per uscire. Mise un piede fuori, guardò in ogni direzione e si mosse iniziando a esplorare la casa vuota e silenziosa.

Ogni stanza si apriva come un luogo misterioso, tutto era nuovo e da scoprire, ovunque c’erano oggetti sconosciuti che guardava a lungo, intensamente, senza osare avvicinarsi, ansimando eccitato davanti a ogni porta, ogni armadio, ogni cassetto.

Arrivò in cucina e vide sul tavolo le confezioni dei biscotti che il vecchio guardiano gli portava ogni mattina quando le cose andavano come erano sempre andate. Ne aprì una e ne svuotò il contenuto avidamente per placare la fame che si era accumulata in quei giorni. Stappò una bottiglia che era su un ripiano e ne mandò giù il contenuto senza neanche sapere che cosa fosse.

Mentre beveva riconobbe il sapore del succo che aveva sempre accompagnato i biscotti e si sentì meglio, a casa, nonostante tutto. Chiuse gli occhi un momento assaporando quella sensazione. Quando li riaprì lo sguardo gli cadde sulla libreria appena fuori dalla cucina. Si avvicinò attratto da un grosso faldone che aveva sulla costa un’etichetta: The Lagoon Man.

Dopo qualche attimo di esitazione, prese il faldone e lo aprì su un tavolo vicino. Referti medici, radiografie, analisi e altri esami testimoniavano un monitoraggio che si compiva su di lui da molto tempo: i documenti più vecchi erano di oltre trent’anni prima. Stava cercando di capire qualcosa di quelle carte quando si trovò in mano uno schermo palmare che, appena sfiorato dalle sue dita, si attivò facendo comparire la foto di un neonato.

Dopo qualche istante il neonato svanì e al suo posto comparve il volto di un uomo che non aveva mai visto. Un sorriso quasi impercettibile diede vita a quel volto e l’Uomo Laguna, sorpreso, avvicinò gli occhi allo schermo per capire se aveva visto bene. Le labbra del volto si mossero e si udì una voce: “Come sarai diventato grande, forse sei un uomo adesso?”

L’Uomo Laguna, spaventato, allontanò lo schermo da cui intanto arrivavano altre parole: “Non ho avuto il tempo di darti un nome, ti hanno portato via subito da me e temo che non potrò vederti mai più”. Le mani strinsero lo schermo e lo spavento iniziale so tradusse in una forte inquietudine.

“Queste parole che ti lascio sono la mia unica speranza, e l’unica tua. Volevo essere certo che solo tu potessi ascoltarle e, per essere certo di questo, ho impostato un codice di accesso in base al Dna, il nostro Dna. Immagino che non ti abbiano detto nulla di te, anzi ne sono certo, ora è venuto il momento che tu sappia finalmente chi sei e da dove vieni.

“Chi sono e da dove vengo?”, sussurrò l’Uomo Laguna staccando una mando dallo schermo per cercare qualcosa dietro di sé su cui sedersi. “Forse sei ancora troppo piccolo, o forse sei già un uomo con le sue certezze, questo non posso saperlo e, in entrambi i casi, potrei farti del male, far crollare tutto quello che pensavi di te e del tuo passato. Forse mi odierai o forse non crederai a una parola di quello che ti dirò. In ogni caso non posso stare zitto.”

L’Uomo Laguna si sedette su uno sgabello che la mano, finalmente, aveva trovato. Chi era quel volto, pensò, e cosa poteva dirgli che non sapesse di sé? Non aveva mai pensato di dover sapere qualcosa di sé oltre a quello che sapeva. Quelle parole lo mettevano davanti a panorami sconosciuti di cui non aveva mai sospettato l’esistenza.

“L’anno scorso ho guidato una missione scientifica su Ykxòs”, proseguì la voce che proveniva dallo schermo palmare, “è un pianeta che studiavamo da tempo per valutare la possibilità di stabilirvi una colonia, ma che presenta tanti fenomeni ancora oscuri e da chiarire. In particolare non riuscivamo a capire perché i laghi sparsi sulla sua superficie non ghiacciano mai, nonostante un gelo perenne attanagli quella superficie. Le risposte a questa e ad altre domande potevano venire soltanto da un’esplorazione diretta”.

Senza distogliere l’attenzione da quel volto, l’Uomo Laguna si portò una mano alla bocca, mentre la voce continuava a parlargli con un tono che non aveva mai sentito prima.

“Poco dopo essere scesi sulla sua superficie, la nostra attrezzatura si rivelò subito insufficiente per quel clima terribile. I miei compagni morirono nel giro di poco e io feci appena in tempo a lanciare l’allarme. Stavo morendo assiderato quando uno di quei laghi sommerse la sponda dove mi trovavo ormai privo di forze”.

Anche l’Uomo Laguna si sentiva venire meno. Dallo sgabello si lasciò scivolare a terra e poi si distese su un fianco con le gambe raccolte. Aveva trascorso tutta la vita senza che accadesse mai nulla che potesse sollevare dubbi o domande. Il vecchio guardiano gli aveva insegnato a leggere e a scrivere, gli aveva parlato del mondo e degli altri pianeti, ma non gli aveva mai detto nulla che gli facesse nascere dubbi su di sé e sulle proprie origini.

“Ripresi conoscenza mentre venivo tratto in salvo dalla missione di soccorso, era passato un mese dalla ricezione della mia richiesta d’aiuto. Mi dissero che il lago si era ritirato al loro arrivo e che solo così mi avevano trovato, privo di sensi ma vivo. Un fatto sorprendente che lasciò tutti senza parole. E i misteri di Ykxòs non erano finiti. Una volta a bordo dell’astronave, avvenne un altro fatto ancora più inspiegabile. Del liquido rimasto in una tasca della mia tuta si rapprese velocemente e, nel giro di pochi secondi, prese le forme di un neonato che si mise a strillare come appena uscito dal ventre della madre. Quel bimbo eri tu!”

L’Uomo Laguna si tirò su a sedere e, tenendo lo schermo con entrambe le mani, lo avvicinò agli occhi: “quel bimbo ero io!?”, disse con un tono che gli suonò lontano ed estraneo, come se non avesse mai udito prima la propria voce. Il volto, dopo un attimo di pausa, riprese a parlare.

“Un fatto sconcertante che suscitò un clamore enorme e un comprensibile interesse scientifico, che tuttavia ha mostrato subito il rischio delle peggiori derive e speculazioni. E così, esame dopo esame, ti hanno allontanato da me. Le mie condizioni di salute sono in continuo peggioramento è non sono riuscito a difenderti”.

L’Uomo Laguna, seduto con le gambe incrociate, appoggiò lo schermo a terra e, puntando i gomiti sulle ginocchia, si resse con le mani la testa divenuta troppo pesante. Si ricordava di aver visto i cuccioli nelle gabbie del Parco e che il vecchio guardiano gli aveva spiegato il ciclo della vita negli animali. Si massaggiò le palpebre, mentre la voce richiamava ancora la sua attenzione.

“Quello che posso fare ora è lasciarti questo messaggio, non solo per farti sapere chi sei ma anche per darti una via di scampo, non vedo un futuro sereno per te sulla terra, ma da qui a qualche anno si moltiplicheranno le spedizioni per Ykxòs, è un pianeta ricco di risorse che attira gli interessi di molti. Ecco allora, ovunque tu sia, appena tu possa, trova modo si partecipare a una spedizione e torna lassù, a casa tua. Ora non riesco a dirti altro, credo di essere vicino alla fine. Ascoltami, non rinunciare a essere felice, ti abbraccio!”.

Si approssimava l’inverno e, da pochi giorni, l’Uomo Laguna si era liquefatto nella piccola Venezia tra il tripudio della folla. Il nuovo guardiano stava compiendo il consueto giro del mattino nei viali tra le gabbie, i recinti e le voliere. Tutto sembrava pronto per il lungo risposo.

A un primo passaggio la mancanza di riflessi non destò alcun sospetto ma, sulla via del ritorno, il guardiano si accorse che dalla laguna non proveniva alcun riverbero. Allora si avvicinò per guardare meglio e vide che del liquido non c’era più traccia: Venezia e le sue isole erano all’asciutto come d’estate.

Un’affannosa ricerca portò alla scoperta di un buco scavato sul fondo di un canale al centro della città. The Lagoon Man era disperso, finito nella falda sottostante, acqua tra le acque che andavano a finire nel fiume, a valle, dove la stazione per le spedizioni intergalattiche disegnava ormai da anni il profilo del cielo.

L’AMORE AL TEMPO DELLA MONONUCLEOSI

•luglio 14, 2016 • Lascia un commento

2013-06-01 09.26.58

Ci siamo infilati in tre nella cabina in spiaggia. Oltre a mia sorella Marina, con cui passavo ancora la maggior parte del tempo, c’era una ragazzina appena spuntata dal magma vacanziero che l’avrebbe presto ringhiottita.

Nello spazio angusto il sole penetrava le lamelle della porta e i piedi nudi sfregavano impazienti sulla sabbia sparsa a terra. Eravamo lì per dare compimento a una penitenza e percepivo nell’aria la tensione che saliva. Un’emozione in realtà soltanto mia. La ragazzina era a suo agio e in un attimo si è sfilata il costume quasi fosse lì da sola. Mi sorrideva, carina e soprattutto nuda, con la pelle di un bianco soprannaturale come quello dei puttini sulle ribaltine del soggiorno.

Ho perso l’uso della parola, ipnotizzato da quella fessura che prendeva consistenza da un mondo immaginario. Poi, con la stessa disinvoltura con cui si era scoperta, la ragazzina si è rimessa il costume ed è corsa fuori, lasciando nella cabina un vuoto incolmabile e me perso a sognare infinite altre penitenze.

Da tempo sentivo che qualcosa stava cambiando mettendomi di fronte a nuove sensazioni e istinti. Ma non ero in grado di dare spiegazioni ai miei pruriti. L’educazione sessuale era carente e, non avendo maturato un mio auto-apprendimento, ero ancora convinto che i bambini li portasse la cicogna.

In questo clima di lievi turbamenti un giorno ho affrontato mia madre con una logica stringente. L’ho trovata in cucina intenta a riordinare dopo pranzo. Avevo un tarlo che rodeva e subito sono andato al sodo accennando a una coppia di zii che non mi facevano tornare i conti: se i figli nascono dopo il matrimonio, ho domandato, perché loro non ne hanno neanche uno?

C’è stata sorpresa, imbarazzo e il rinvio a un momento successivo per i dovuti chiarimenti. Dopo qualche giorno è arrivata in missione mia sorella Mariù, allora diciottenne, che ha preso noi piccoli e ci ha portati in una camera appartata.

Ci siamo seduti su un letto e Mariù ha spiegato in breve come stavano le cose. Il salto è stato netto e la reazione negativa. Eravamo rigidi nelle nostre certezze consolidate in anni di favole e catechismo.

Abbiamo iniziato a ripetere “che schifo, che schifo!”, mentre Mariù assicurava che avremmo cambiato idea dopo qualche tempo. In realtà l’attrazione fisica non mi era estranea, ero ossessionato da fantasie di corpi nudi e lo sguardo correva rapido appena scorgeva uno spiraglio aprirsi tra le pieghe di una gonna.

Erano gli albori del sesso, ma di un sesso soltanto visivo: un’erezione di pupille che non aveva altri traguardi oltre il guardare. Per la mia crescita interiore fortuna ha voluto che sotto di noi abitasse Paco, un amico che organizzava spesso divertenti festicciole.

Nell’ampio soggiorno di Paco conoscevo ragazze e ragazzi più grandi che da tempo si dilettavano in balli e attività di interazione amorosa. Mi snobbavano un po’, ero ancora alle elementari, e dovevo apparire insulso ed acerbo. Ma in qualche modo riuscì a farmi accettare e a sperimentare l’ebbrezza dei primi contatti con l’altro sesso.

Sulle note rock ognuno si lanciava per conto suo, in preda a più o meno validi movimenti ritmici, ma quando sul piatto calava un lento si iniziava a dondolare a coppie, più o meno stretti, a seconda di intimità, benevolenza o attrazione reciproca.

Le ragazze si concedevano a me con sufficienza, senza abbandonarsi, con la testa girata di lato per evitare incroci di sguardi e vicinanza di labbra, gli occhi altrove distratti. Non erano molto incoraggianti, ma ero pieno di buona volontà e i ritrovi di Paco si ripetevano frequenti.

Un giorno comparve Rossana: capelli neri dalle adorabili onde, occhi di un verde che non avevo mai visto, una voce che mi rimbalzava dentro con vibrazioni soavi. Sembrava disegnata, eppure così reale da mettere in ombra tutte le altre.

Rossana aveva tre anni più di me, era alle medie da tempo e parlava di materie che sapevano di futuro remoto. Ballava solo con i ragazzi della sua età e non riuscivo a capire se non mi guardava o se proprio non mi vedeva. Rossana era irraggiungibile e così mi accontentai di sognarla. Eravamo fidanzati e la sera andavo a prenderla con il mio disco volante, accostavo alla sua finestra e la facevo salire a bordo, ci baciavamo e andavamo a passare la serata da qualche parte.

Poi, sempre con il mio disco volante, la riaccompagnavo fino al suo cornicione, un ultimo bacio prima che scavalcasse la finestra e un saluto ancora con la mano mentre viravo per tornare a casa. Tutto, più o meno, come faceva il fidanzato di Mariù quando veniva a prenderla la sera con la cinquecento.

Alla realtà mi ha riportato un gioco d’azzardo con poste da far perdere la testa. A casa di Paco abbiamo iniziato a giocare alla bottiglia, una sorta di roulette dove si puntava sul “cosa fare” lasciando alla rotazione della bottiglia indicare con chi farlo.

Le poste andavano dalla leggera cartolina, un bacio sulla guancia, alla coinvolgente bomba atomica, un bacio sulla bocca con abbraccio. Ci sedevamo per terra in cerchio e ci affidavamo alla sorte facendo girare la bottiglia.

Una volta azzardai la bomba atomica e la bottiglia fornì il suo verdetto. Pacche e risolini ci hanno accompagnato mentre ci appartavamo nella stanza accanto. Una volta soli, ci siamo seduti su uno di quei puff indomabili che si usavano una volta.

Non bastava l’impaccio, dovevamo anche lottare per mantenere l’equilibrio. Il resto è una luce che mi abbaglia, una pellicola che si brucia, non ricordo il bacio e neanche se lei era Rossana, ricordo solo un profumo di maglioncino pulito che avrei voluto respirare per sempre.

I ritrovi di Paco si dispersero in prossimità dell’estate. L’avvicinarsi degli esami ridusse il tempo libero per chi era in terza media, ma soprattutto un’epidemia di mononucleosi mise in allarme i genitori decretando la fine di quelle festicciole.

 

UN GRANDISSIMO PROGETTO

•luglio 14, 2016 • Lascia un commento

 

08012011.jpg

L’appuntamento è per una pausa pranzo. La meta è il ristorante indiano all’inizio di via Tadino, quasi all’angolo della cineteca, a due passi da Porta Venezia. Quando sono a cinque minuti, come concordato, avviso via whatsapp che a breve ci sono. Nel display il pollice mi risponde ok. Andrea arriva sbracciandosi da lontano.

Sotto il piumino tecnico d’alta gamma, noto subito una maglia che sembra presa all’Opera San Francesco per i poveri. Nel suo abbigliamento si mescolano capi da alpinista che non bada a spese con avanzi del guardaroba di amici e parenti. Ammette di spendere solo per gli accessori sportivi, per il resto gli basta quello che trova nella roba smessa da altri.

Quando scala una parete, si avventura su un ghiacciaio, o attraversa la Corsica a piedi, Andrea vuole il massimo calzato ai piedi e infilato addosso. “Comodità, sicurezza e calore, con poco peso e ingombro: questo serve quando stai fuori tanto” ha chiarito una volta a me stupito per il prezzo di un suo paio di scarpe da trekking.

Ed era uno stupore non gratuito il mio, vista la sua avarizia da storiella ebraica. I soldi e la loro fuoriuscita è un tema che torna fuori spesso, accompagnato da esclamazioni, occhi sgranati e bestemmie, su cui non lesina, quasi che il carovita avesse responsabilità ultraterrene. Andrea mi raggiunge, mi abbraccia e mi bacia, con baci che schioccano, dati sul serio, con trasporto di labbra che sturano i pori.

“Ciao Macco!” saluta citando sua figlia bambina che ormai da anni non storpia più il mio nome.

“Ciao Andrea, come stai?” do di rimando, con una voce che vuole salire per avvicinarsi almeno un po’ alla sua esuberanza fuori standard. E mentre rifletto sui miei tentativi di pareggiare i nostri umori, lui mi ha già risucchiato all’interno del locale. Il cameriere sorride, la proprietaria sorride, c’è una battuta per tutti.

Parlano a malapena l’italiano là dentro, ma è impossibile non capire Andrea, dovresti essere una pietra, e forse anche una pietra con lui può sentirsi in famiglia. Sto pensando alla simpatia, come valore e linguaggio universale, alfabeto senza confini di mimica e di gesti, che mi ritrovo seduto davanti ad Andrea che ha “un grandissimo progetto in mente per noi due!”.

Lui deve fare progetti, pianificare gite, viaggi ed escursioni, deve sapere che il suo orizzonte, se non a breve almeno tra non molto, si aprirà all’esterno, fuori, nella natura, lontano dal trantran metropolitano che consuma giorni sempre uguali.

Sul treno, la mattina, interpella gli altri pendolari per sapere cosa ne pensano loro di questa vita che ti sputa fuori di casa alla mattina e ti restituisce pronto per il letto alla sera, senza neanche avere il tempo di stare un po’ con i figli, o di fare quattro passi nei dintorni.

E non si capacita a sentirsi dire che non ci sono altre soluzioni, lui è andato a vivere in montagna per fuggire la città, e non si dà per vinto anche se lo stipendio lo riporta a valle tutti i giorni. Allora fa progetti, brevi o lunghi, quello che riesce a ritagliarsi dal lavoro per scappare dall’esistenza che non vuole.

Gli piace anche coinvolgere altri nelle sue fughe, come quando mi portò sulla Grignetta, io che non avevo nessuna esperienza di montagna, su per la direttissima dietro a lui che nel punto più critico, ricordo, ripeteva “bravo Macco, così un passo dietro l’altro, dai che vai bene, non guardare giù però!”.

Ed era bene non guardare giù, perché soffrivo di vertigini, e sotto i ferri su cui poggiavo i piedi la parete scendeva a strapiombo nel vuoto senza fine. Ma se guardavo la roccia a un palmo dal mio naso, appena sopra la catena che stringevo con mani sudate, mi scorrevano davanti le placche alla memoria degli escursionisti caduti in quel punto.

Lì capii che non restava che affidarsi ai suoi occhi, occhi sgranati, iniettati di sangue, occhi da pazzo, da pazzo che segui come fosse un mago che sa come andrà a finire, per esperienza o per divina follia.

Quando Andrea mi propone i suoi progetti sono combattuto tra il fascino dell’avventura e il timore di situazioni che vanno molto oltre il livello della mia preparazione. Così, a sentire di questo grandissimo progetto, mi sono trovato ancora una volta in bilico tra fascino e timore.

-E di che si tratta?

-Be’ a maggio voglio farmi le Dolomiti in bici. Non esiste proprio che sia andato in Australia, Canada, Etiopia, Islanda, Patagonia, e non sia mai andato sulle Dolomiti.

-Sì, in effetti, direi che hai una lacuna grave. E quanto stai via?

-Un paio di settimane, si parte da Bolzano e via verso est. Sono montagne uniche, non vedo l’ora di vedere le Pale di San Martino.

-Devono essere bellissime, ma io sarei stroncato dalla prima salita un po’ seria.

-Sì, sì certo bisogna essere allenati, io già mi sto preparando adesso.

-E quindi?

-Per te ho pensato a una tappa facile, facile, tutta in pianura, da Rovereto a Bolzano, si risale la valle dell’Adige, e in due giorni ci siamo, tranquilli.

-Sembra alla mia portata, quanti chilometri saranno?

-Poco più di ottanta chilometri, comodi, comodi, e alla sera una cena alla buona e, se proprio si deve, dormiamo in albergo, anche se io ho la tenda.

-Ma non dovevi partire da Bolzano?

-Ecco, appunto, se vieni tu, mi organizzo diversamente. Con moglie e figlia andiamo a passare il fine settimana dai miei amici di Rovereto. Tu carichi la bici in treno e ci raggiungi là il lunedì mattina.

-Ah ok, hai pensato a tutto, ma devo vedere che impegni ho, adesso non so.

-Sì, sì certo, pensaci, guarda impegni e orari dei treni, poi fammi sapere.

-Ok in questi giorni vedo.

-Tieni presente che io in questo giro, sto investendo molto in tempo e preparazione.

-Certo, immagino.

-Quindi, io spero nella tua gradita conferma, ma se poi dovessi cambiare idea ho previsto una penale.

-Una penale?

-Sì, se dopo aver dato conferma, non dovessi presentarti alla stazione di Rovereto alla data e all’ora stabilita, mi verserai 137 euro come, magro, risarcimento per tutte le spese logistiche che avrò sostenuto contando sulla tua partecipazione. Che te ne pare?

-Sei un adorabile taccagno, ma visto che anche io sono un tipo parsimonioso, direi che non ho tanta voglia di mettere a rischio questi 137 euro.

-Guarda che la mia proposta è solo apparentemente antipatica, in realtà è molto moderna, promuove l’aspetto motivazionale e rinforza il team building.

-Ma perché parli come un manager adesso? Va be’, lascia stare, ora mangiamo.

Il cameriere sorride, il riso al curry ci riporta in armonia, per il grandissimo progetto si vedrà, penso, immaginandomi nell’atto di aprire la raccomandata che mi notifica la penale per mancata partecipazione e procurata delusione all’organizzatore della gita.

VENIAMO IN PACE

•luglio 14, 2016 • Lascia un commento

agosto 2013 149

Nell’anno 1560 dalla colonizzazione di Kute, in occasione del Consiglio Universale Telepatico, viene da più parti messa in dubbio l’efficacia del programma Gioia Infinita e Permanente. Tutti convengono sulla bontà dei propositi che hanno portato i padri fondatori a varare questo insieme di norme costituzionali ed è indiscutibile che, pur con alti e bassi, felicità e benessere siano stati garantiti al pianeta per tutti questi anni.

Appare però altrettanto chiaro come la popolazione dia sempre maggiori segni di forte e crescente disagio. I diritti fondamentali riconosciuti a ogni cittadino dal Programma hanno ormai assuefatto gli animi in modo, alcuni temono, irreparabile.

Dopo i tanti aumenti di dosaggio per mantenere intatta la Gioia Infinita e Permanente, vincere al lotto tutti i mesi e vivere in stato di perenne innamoramento hanno portato uomini e donne a una condizione di sazietà fisica e morale. La vita scorre senza particolari avvenimenti, all’apparenza serena e priva di affanni e sofferenze.

Ma gli osservatori più attenti non possono non notare il malessere che da tempo si diffonde costante e silenzioso, come una macchia che si allarga inesorabile nel popolo di Kute. Gli sguardi sono spenti e sembrano non cercare più nulla, anche perché tutto è sempre presente e disponibile. E tuttavia si moltiplicano anche comportamenti curiosi e insoliti, messi in atto da singoli individui o da gruppi di persone che, senza comunicare tra loro, sembrano obbedire a medesime esigenze.

Si sa di raduni dove i kutiani si ritrovano senza essersi cercati, si siedono fianco a fianco e passano ore intenti a guardare il nulla davanti a loro. In modo simile si formano assembramenti per le strade da cui partono cortei silenziosi che si snodano per le vie cittadine. Si vedono persone in atteggiamenti che non si erano mai visti prima: a mani giunte, con le ginocchia a terra, prostrate al suolo, o in piedi con il busto che dondola ritmicamente verso un muro.

“Non abbiamo realizzato la perfezione, evidentemente, ma sono solo anomalie del comportamento, tanto innocue quanto passeggere”, pensò Marelka, una delle menti più ascoltate del Consiglio Universale Telepatico.

“Io credo invece che questi siano i sintomi di qualcosa di più profondo”, meditò Piodemo.

“E di che si tratterebbe?”

“Quello che pensavamo di avere eliminato è rimasto dentro di noi, e ora torna a farsi sentire”.

“Non vorrai tirare in ballo gli antichi credi?”

“Cerco di capire cosa può determinare l’attuale situazione, senza affrettate conclusioni.”

“Voglio sperare che dopo tanti secoli non si cerchi ora di insinuare dubbi pericolosi, mettendo in discussione i nostri fondamenti!”, rimuginò Marelka con sordo brontolio di neuroni e di sinapsi.

“Come pensavo poc’anzi, cerco solo di capire”, riflettè Piodemo con immagini concilianti di colombe e rami di ulivo.

“Eppure ricorderai bene le giuste ragioni che portarono i padri fondatori a cancellare ogni traccia degli antichi credi?”, incalzò Marelka scuotendo il capo per disperdere quei segni di pace.

“Forse era meglio dosarli, contenerli, arginarli in spazi e tempi circoscritti, quei credi, visto il disagio dilagante dei nostri giorni”.

“Le guerre, le stragi, le persecuzioni? Questo pensavi di dosare e circoscrivere Piodemo?”

Il gelo calò sul Consiglio e per lunghi minuti si udì soltanto un basso ronzio di pensieri troppo intimi e trattenuti per poter essere compresi. Seguirono poi, di nuovo nitidi e chiari, i pensieri di altri membri del Consiglio, in un flusso di idee a tratti armonioso a tratti incrinato fino all’attrito. E si delinearono in breve due opinioni dominanti e contrapposte, che facevano capo al soprassedere di Marelka e al recupero controllato degli antichi credi ipotizzato da Piodemo.

Quest’ultima corrente tuttavia risultò maggioritaria tanto da portare il Consiglio Universale Telepatico a deliberare una spedizione transtemporale. Un viaggio per andare sedici secoli indietro sulla Terra, che da allora era stata abbandonata, a recuperare precetti, formule, rituali e tutto ciò che potesse servire a colmare il vuoto apertosi negli animi kutiani.

La spedizione partì carica di prodotti tipici di Kute da donare agli antenati terrestri in cambio dei preziosi testi sacri. Quel viaggio era un tabù, che nessuno aveva mai osato infrangere prima di allora. Un muro granitico innalzato da secoli per lasciarsi alle spalle gli orrori di quel pianeta remoto nel tempo e nello spazio.

Il viaggio fu veloce e la spedizione riprese consistenza sulla Terra, in un luogo che il traduttore simultaneo definì “probabile tempio”. Il congegno puntato su ogni oggetto permetteva ai kutiani di interpretare l’ambiente circostante: “probabile albero sacro”, “probabili luci votive”, “probabile testo sacro”, continuò a tradurre.

Non c’era traccia di terrestri e non c’era tempo per tentare un contatto. L’equipaggio aveva l’ordine di recuperare il necessario e di rientrare al più presto, la Terra era stato un luogo troppo pericoloso per indugiarvi oltre il giusto. I testi sacri vennero raccolti e al loro posto, sotto l’albero colmo di luci votive, furono lasciati i doni portati da Kute.

La spedizione si spostò in un’altra stanza: “probabile refettorio”, “probabile tavolo”, “probabile iscrizione sacra”. L’oggetto che riportava l’iscrizione venne staccato dal muro e vicino vennero lasciati altri doni. Tutto stava andando per il meglio, quando il traduttore emise improvvisamente un segnale d’allarme: “presenza terrestre, attenzione!”. I kutiani rimasero immobili: davanti a loro c’era un terrestre di piccola statura che li guardava tenendo in pugno un oggetto di forma allungata: “probabile arma, attenzione!”

Superata la sorpresa, visto che la raccolta di testi sacri appariva sufficiente, la spedizione decise per l’immediato rientro e, in breve, riprese consistenza su Kute. Il testo e l’iscrizione furono portati immediatamente all’attenzione dei membri del Consiglio Universale Telepatico che, con l’aiuto del traduttore, si misero a ripetere le antiche formule per verificarne l’effettivo sollievo.

Dapprima fu la volta del testo sacro:

Caro Babbo Natale,

quest’anno vorrei tanto un trenino Lima con la locomotiva e almeno sette vagoni, mi piace molto quello che porta le macchine. Mi piacerebbe anche un cinturone con due pistole da cow boy, il fucile di Tex me l’hai portato l’anno scorso. Se poi hai delle macchinine e me ne porti qualcuna sono contento.

Grazie

Marco

“Armi, armi! Ecco perché pregavano, per avere delle armi, per uccidere e devastare, per ridurre la Terra come l’hanno ridotta, per costringere i superstiti a fuggire in cerca di scampo! Ecco cosa ci siamo portati in casa, ecco con cosa ci stiamo infettando! Sarai contento adesso Piodemo di quello che hai fatto per la tua gente?”, proruppe furente Marelka con un pensiero che cadde come una meteora sulle menti dei membri del Consiglio.

“Io credo che quelle parole non debbano essere interpretate per come appaiono, sono certamente immagini simboliche, forse la richiesta di avere maggiore forza d’animo, quelli erano tempi duri. Non affrettiamoci a trarre conclusioni, sono certo che nell’iscrizione troveremo maggiori risposte, e se così non fosse sono pronto ad andarmene in esilio”, rispose Piodemo pacato ma tanto fermo da convincere il Consiglio a proseguire.

Il traduttore venne puntato sull’iscrizione sacra e tutti si accinsero a ripetere:

sottaceti, sottolio
prosciutto crudo,
cotto, salame, pancetta
cappelletti, grana,
formaggi vari
un tacchino,
panettone, torrone
frutta secca, datteri
arance, mandarini

ricordati la bolletta del gas

Un bacio se non ti vedo domattina

Finita la lettura, l’intero Consiglio rimase in un silenzio irreale, come se i singoli membri si fossero dispersi nello spazio più profondo. Nessun pensiero veniva emesso dai pur tanti componenti del consesso. Dopo un tempo che sembrò infinito, si udì qualcosa che non si era mai sentito, un lieve singulto, sottile ma continuo, dapprima quasi impercettibile, poi sempre più alto e forte.

“Probabile pianto”, interpretò il traduttore.

“Un bacio, solo un bacio, che valore doveva avere un bacio per inserirne uno, soltanto uno, in un’iscrizione sacra?”, sospirò Marelka portandosi alle labbra le mani giunte.

IN PRINCIPIO FU UN BASCO

•marzo 25, 2015 • 9 commenti

shutterstock_17322571
Ricordo bene i due uomini in tuta blu che portavano su per le scale il mobile di mia sorella. Uno aveva un basco nero, come usavano una volta le persone semplici, non gli artisti e nemmeno i militari. Il basco portato senza vezzo e senza orgoglio, calato sulla testa come un inevitabile coperchio, un completamento necessario al vestire civile e da lavoro. Ero uscito sul pianerottolo e li guardavo attento studiando ogni loro movimento: a quell’età ogni cosa è nuova e piena di mistero. Appoggiarono il mobile appena fuori dalla porta e presero fiato. L’uomo dal basco nero, con il picciuolo che gli spuntava al centro della testa, mi guardò asciugandosi la fronte con un braccio. E poi mi rivolse qualche parola. Come non dire qualcosa a un bambino che ti guarda come se fossi un re o un marziano?