IL CERCHIO

Mi sembra ieri. Il fuoco è veloce, inarrestabile, divora tutto. Le urla si alzano insieme alle fiamme. Lo straordinario zeppelin, il nostro orgoglio, il più grande oggetto volante mai costruito, è ridotto a uno scheletro fumante. L’LZ 129 Hindenburg era un dirigibile di dimensioni enormi: lungo come due campi di calcio, trasportava un centinaio di persone e raggiungeva la velocità massima di 135 km/h. Aveva già attraversato l’Atlantico più volte e quel viaggio, alle origini pioneristico e avventuroso, stava assumendo i contorni di una placida crociera. Anche l’infiammabile idrogeno, che ne riempiva il corpo consentendone il galleggiamento aereo, era considerato ormai sottomesso e domato dai ritrovati della tecnica. Ma la perfezione è un miraggio. Nonostante le misure di sicurezza, alle 19,25 del 6 maggio 1937, mentre tentiamo l’attracco al pilone di ormeggio della Stazione Aeronavale di Lakehurst nel New Jersey, l’Hindenburg prende fuoco e, nel giro di un minuto, viene completamente distrutto. Ero uno degli ufficiali di bordo, ma non ricordo il mio nome e nemmeno il grado. Ricordo molto poco. Le immagini sono vaghe. È nitido solo il fuoco che si espande e il calore che mi spinge in alto, attraverso l’involucro in fiamme. E poi ancora più su, nell’aria che si fa sempre più fredda. I rumori del disastro diventavano fiochi, mentre la brina mi copre la faccia, le mani e quello che resta della divisa.

Il 7 dicembre del 1941 alle Hawaii era un giorno come un altro. Un giorno appena iniziato per la flotta americana del Pacifico alla fonda nella rada di  Pearl Harbour. Mi trovavo imbarcato sulla corazzata USS Arizona (BB-39) come aiuto cuoco. Avevo vent’anni e la mia pelle era scura, molto scura. Ero un nero e parlavo quel gergo veloce e arrotato come fosse mio da sempre. Ma sapevo bene che soltanto quattro anni prima ero un cittadino tedesco, ufficiale dell’aeronautica a bordo dell’Hinderburg. Quella mattina avevamo appena terminato di servire la colazione e ci apprestavamo al riordino. Alle 7,50 suona l’allarme. La confusione è grande. I megafoni ripetono che “non è un’esercitazione” e nessuno si spiega cosa stia accadendo. Non eravamo in guerra, ci trovavamo nel porto, in territorio americano. Alla fine ci muoviamo e ci precipitiamo disordinatamente in coperta. Mi affaccio all’aperto, sento il rombo degli aerei, li vedo, con il disco rosso sul fianco e sulle ali, sento le prime esplosioni, il crepitare delle armi automatiche, e vedo il fuoco e il fumo nero che si alza dalle altre navi. Non ho il tempo di realizzare cosa succede, una bomba centra l’Arizona. Sfonda ponti e paratie e arriva fino al cuore della corazzata, nel deposito delle munizioni. L’esplosione è spaventosa e le lamiere si contorcono con un fragore che squassa ogni cosa. Lo spostamento d’aria è il pugno di un gigante. L’USS Arizona (BB-39) non esiste più. Vengo sollevato in alto, nel fumo acre della pirite, e ancora più su, oltre i pinnacoli neri e i traccianti.

La notte del capodanno vietnamita del 1968, fra il 30 e il 31 gennaio, l’esercito nordvietnamita e i Viet Cong scatenarono l’offensiva del Têt, un grande attacco a sorpresa contro le più importanti città del Vietnam del Sud. Come ordinato dal generale Vo Nguyen Giap, comandante supremo dell’Armata del Nord, l’antica capitale Huế venne presa d’assalto da dieci battaglioni che in pochi giorni riuscirono quasi a sopraffarne le difese. Insieme ai soldati americani lanciammo un’immediata controffensiva che, infliggendo dure perdite ai nordvietnamiti, li costrinse a barricarsi fra le rovine del palazzo imperiale. Avevo perfettamente presente che 38 anni prima ero stato un ufficiale tedesco a bordo dell’Hinderburg e che 27 anni prima ero un nero americano saltato in aria a Pearl Harbour con la corazzata Arizona. Tutto era nitido, ma senza risposta. Quel volto dai tratti orientali, che scorgevo nei frammenti di vetro sparsi per terra, era contratto per la tensione e dalla sua bocca uscivano urla in una lingua curiosa, che non so come e quando avessi imparato. Un fischio sempre più forte si fa strada nel martellare indistinto della battaglia. La vampata è accecante. Il boato terribile invade il corpo e la mente. Mi sollevo in aria insieme a tutto quello che ho attorno: terra, macerie, armi e munizioni. Una nuvola di fumo e polvere mi accompagna in cielo, mentre l’eco della battaglia si allontana. E il caldo umido si apre a una brezza azzurrina.

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Gli altri grattacieli si affollano in basso. Dal novantaduesimo piano il panorama toglie il respiro e il mondo appare lontano. La promozione a direttore della filiale americana è un balzo in avanti della mia carriera. E ne sono felice. Ma è la foto del nonno che mi sono portato da Colonia il vero motivo di pace in questo momento. Vederlo qui, a New York, a 64 anni dal disastro, mi fa sentire sereno, mi fa capire che il cerchio è chiuso. È incredibile quanto mi somiglia. A fine settembre, appena avrò avviato l’ufficio e sarò più tranquillo, andrò a Lakehurst a deporre un mazzo di fiori.

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~ di impollinaire su giugno 18, 2009.

36 Risposte to “IL CERCHIO”

  1. Spettacolare e pirotecnico post, fosse sopravvissuto pure alle torri gemelle, una visitina in Italia l’avrebbe di certo fatto fuori. :))

  2. Una “morale dell’ostrica” hollywoodiana, zeppa di effettoni speciali. Dunque, chi nasce con un destino segnato non ha alcuna possibilità di redenzione, nemmeno in un’eventuale reincarnazione futura?

  3. il post come sempre è bellissimo, intrigantissimo ed evocativo, ma certo che sto ragazzo porta un po’ sfiga, no?
    🙂

  4. ma toh l’impollinato che mi diventa un fine narratore..
    lo vedi che la mia assenza ti è propizia?
    😀

  5. Sembra la trama di un film. Sicuramente bello. La recensione l’ha quasi già scritta meditapartenze 🙂
    Buon weekend
    Julia

  6. bellissimo, davvero, Imp.

  7. (mi ha fatto pensare alla migliore narrativa americana ‘virile’)

  8. Ottima sceneggiatura Imp, anche se eccederei un po’ di più con lo splatter. In fondo ne sono successe di cose nel secolo scorso, e anche questo promette bene !!!!

  9. l’ho sempre detto io che da grande farai lo scrittore. è un fatto che hai un bel talento..sogna, ragazzo, sogna e poi parlaci dei tuoi sogni…

  10. mi accodo ai vari “bellissimo”…
    aggiungerei un particolare, che ho colto, che accomuna il finale nei diversi racconti, tranne l’ultimo: l’essere sollevato più su, in aria, in alto…il protagonista del 92esimo piano volerà verso il basso…
    bello davvero, imp.

    buona giornata!
    😀

  11. Gians, è chi ti ha detto che non è sopravvissuto alla torri gemelle e che non è sopravvissuto anche all’italia? mi sembra ieri…
    Pisovmi, e chi lo sa? io sono solo un cronista
    Medita, ah tu dici che è lui che provoca tutti quei casini? è una teoria interessante
    Cuncetta, mah, è difficile a dirsi, il tuo mattarello mi reprime ma anche mi pungola
    Julia, se lo vai a vedere ti compro i pop corn
    Zelda, virile? e io che puntavo alle vette di Margaret Mitchell
    Efesto, ah allora ti piacciono davvero i film truculenti, ok allora proverò a metterci più ketchup la prossima volta
    Lisa, insomma mi vuoi psicanalizzare
    Escopocodisera, il finale è aperto, potrà volare in basso come tutti gli altri o ancora una volta prendere la via del cielo e continuare il suo peregrinare di anima in anima

    vi ringrazio di cuore per i lusinghieri commenti
    buona giornata e un abbraccio

  12. M’aggancio al virile alla Walt Whitman di Zelda e dico ‘aspettami un attimo, che salgo anch’io’ all’inevitabile, eterna fuga di giostra che evochi e che mai si arresta; e che assomiglia a un vortice di sciagure ferme che non sono sciagure, questo disegno sicuro costruito ad arte che ripete se stesso e che puoi anche sciogliere a farne un filo, ma che sempre si ricongiungerà a cerchio, io credo; un filo e nodi, qualche nodo di gioia ogni qualche passo ci vuole, che t’inventi a tenerlo intero nell’indefinibile accadere della fine—dinamica indispensabile ad una eterna rinascita.
    Un saluto e un nodo.

  13. uh, chi hai evocato, Imp…la Mitchell.
    Credo che potrei guardare ‘Via col vento’ all’infinito

  14. Allora si tratta di un gran combattente, roba da prendere come esempio. 🙂

  15. Coccoina, interessante analisi, d’altra parte tutto è ciclico e la fine non è altro che trasformazione, tanti nodi
    Zelda, e di cime tempestose? che mi dici di cime tempestose? disse lo scrittore virile ancheggiando malizioso
    Gians, sei il solito disfattista antitaliano, smettila di mangiare il formaggio con i vermi che ti fa vedere tutto sfatto e andato a puttane

    buona giornata, un abbraccio

  16. massì, la direzione poco importa…
    ma poi, potrebbe anche essersi salvato…certo, non avrà avuto il tempo di sistemare l’ufficio ma potrebbe essersi sistemato altrove. e, la foto del nonno, riuscirà a salvarla? e, a lakehurst è andato, poi?
    continua a raccontare…
    🙂

  17. Caro mio, allora rilancio e ti dico che si deve eliminare le mosche a tutti i costi. 🙂 pare che tu conosca la filiera del verme.. 🙂

  18. Escopocodisera, grazie per l’invito, ma ho la sparastorie inceppata, sai quando esageri…
    Gians, accidenti, ti ho fato arrabbiare, mi sono preso troppe libertà, e poi sono adnato a toccare il tuo piatto preferito, questo proprio non dovevo permettermelo, perdona

    buona giornata, un abbraccio

  19. Ci hai scaricato addosso una carrellata di eventi drammatici, anche se non sono più attuali, ci rimandano sempre all’idea che quanto è già successo può ancora succedere………avremo bisogno di un po’ di tempo per riprenderci. :-))

  20. Dovresti assaggiarlo almeno una volta nella vita. se capiti dalle mie parti ci penso io. 😉

  21. un saluto dall’affezionato zombie
    😉

  22. ‘Heathcliff..cattivo, cattivo’, cantava Kate Bush.Ah!

  23. Specchio, ma su dai, un po’ di movimento, fa bene alla mente, così vi scollate dalle vostre retrospettive per pochi eletti
    Gians, io non vedo l’ora di capitare dallae tue parti e strafocarmi di specialità locali… tranquillo, non ti considero una specialità locale
    Efesto, zombie? che mi combini? fai le ore piccole? adoro gli zombi, sono così vissuti
    Laura, ohhhh che ritorno, e che citazione, io adoro kate bush, cime tempestose, quanto m’ha fatto sognare….

    ciao buona giornata, un abbraccio

  24. Rispondo qui al tuo commento. In effetti il buio ha davvero il suo perchè. Qui faccio fatica a dormire. Ieri sera era quasi l’una e dalle tende filtrava ancora una debole luce arancione. Non posso dire però che non sia speciale..
    🙂
    Ciao
    Julia

  25. m’è uscito un Laura, ma son Zelda, me lo sentivo che ti piaceva Kate Bush (com’era quell’altra, ‘Babooshka’…)

  26. Se dovesse capitare e non mi avvisi, ti metto su il broncio per un mese. 🙂

  27. Uè Imp ma un lieto fine non ce lo avresti pure per una precaria come me?Ma le mie battaglie sono meno cruente e lasciano solo morti virtuali sul terreno (che saremmo noi):)
    Buon we:)
    Mk

  28. Julia, ci credo che il sole a mezzanotte abbia il suo fascino, prima o poi è unìesperienza che proverò
    Zelda, ah quindi zelda in realtà sei una laura? babooskha certo, ma è con cime tempestose che mi ha fatto volare alto
    Gians, ma figurati se non ti avviso, il problema è il quando
    MK, che bello ritrovarti, il lieto fine te lo scrivo volentieri, ma si tratterà sicuramente di cronaca e non di fantasia

    buona giornata, un abbraccio

  29. già, Imp….son quelle cose tio ‘Filippo Neviani’ in arte Nek…beh ssi’, ‘Cime tempestose’ è canzone ‘posseduta ‘ dallo spirito del romanzo,secondo me

  30. e di nuovo….devoa vere un problema ‘identitario’!

  31. Certo non vorrai venire a provare le nostre piste da sci. 😉 un abbraccio.

  32. Zelda, non ho letto il romanzo ma ti credo, anche riguardo il problema identitario, scherzo
    Gians, perchè mai dovrei pensare alle piste di sci quando ci sono i tornanti da fare con i carrettini?

    Buona giornata, un abbraccio

  33. impo, oggi c’ho un cerchio alla testa che non ti dico…
    🙂

  34. Che memoria che hai. 🙂

  35. In Cina esistono seri programmi inerenti la costruzione di enormi dirigibili che secondo il business plan ridurrebbero e di molto il trasporto delle merci in Europa.

  36. Escopocodisera, tutta colpa mia, lo so
    Gians, certe gesta sono indimenticabili, ci si costruiscono leggende e a volte nazioni
    Marco, urca, certo finirò per ritrovarmi a bordo di uno di questi dirigibili dal serbatoio a mandorla.

    ciao buona giornata

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