L’AMORE AL TEMPO DELLA MONONUCLEOSI

2013-06-01 09.26.58

Ci siamo infilati in tre nella cabina in spiaggia. Oltre a mia sorella Marina, con cui passavo ancora la maggior parte del tempo, c’era una ragazzina appena spuntata dal magma vacanziero che l’avrebbe presto ringhiottita.

Nello spazio angusto il sole penetrava le lamelle della porta e i piedi nudi sfregavano impazienti sulla sabbia sparsa a terra. Eravamo lì per dare compimento a una penitenza e percepivo nell’aria la tensione che saliva. Un’emozione in realtà soltanto mia. La ragazzina era a suo agio e in un attimo si è sfilata il costume quasi fosse lì da sola. Mi sorrideva, carina e soprattutto nuda, con la pelle di un bianco soprannaturale come quello dei puttini sulle ribaltine del soggiorno.

Ho perso l’uso della parola, ipnotizzato da quella fessura che prendeva consistenza da un mondo immaginario. Poi, con la stessa disinvoltura con cui si era scoperta, la ragazzina si è rimessa il costume ed è corsa fuori, lasciando nella cabina un vuoto incolmabile e me perso a sognare infinite altre penitenze.

Da tempo sentivo che qualcosa stava cambiando mettendomi di fronte a nuove sensazioni e istinti. Ma non ero in grado di dare spiegazioni ai miei pruriti. L’educazione sessuale era carente e, non avendo maturato un mio auto-apprendimento, ero ancora convinto che i bambini li portasse la cicogna.

In questo clima di lievi turbamenti un giorno ho affrontato mia madre con una logica stringente. L’ho trovata in cucina intenta a riordinare dopo pranzo. Avevo un tarlo che rodeva e subito sono andato al sodo accennando a una coppia di zii che non mi facevano tornare i conti: se i figli nascono dopo il matrimonio, ho domandato, perché loro non ne hanno neanche uno?

C’è stata sorpresa, imbarazzo e il rinvio a un momento successivo per i dovuti chiarimenti. Dopo qualche giorno è arrivata in missione mia sorella Mariù, allora diciottenne, che ha preso noi piccoli e ci ha portati in una camera appartata.

Ci siamo seduti su un letto e Mariù ha spiegato in breve come stavano le cose. Il salto è stato netto e la reazione negativa. Eravamo rigidi nelle nostre certezze consolidate in anni di favole e catechismo.

Abbiamo iniziato a ripetere “che schifo, che schifo!”, mentre Mariù assicurava che avremmo cambiato idea dopo qualche tempo. In realtà l’attrazione fisica non mi era estranea, ero ossessionato da fantasie di corpi nudi e lo sguardo correva rapido appena scorgeva uno spiraglio aprirsi tra le pieghe di una gonna.

Erano gli albori del sesso, ma di un sesso soltanto visivo: un’erezione di pupille che non aveva altra meta oltre il guardare. Per la mia crescita interiore fortuna ha voluto che sotto di noi abitasse Paco, un amico che organizzava spesso divertenti festicciole.

Nell’ampio soggiorno di Paco conoscevo ragazze e ragazzi più grandi che da tempo si dilettavano in balli e attività di interazione amorosa. Mi snobbavano un po’, ero ancora alle elementari, e dovevo apparire insulso ed acerbo. Ma in qualche modo riuscì a farmi accettare e a sperimentare l’ebbrezza dei primi contatti con l’altro sesso.

Sulle note rock ognuno si lanciava per conto suo, in preda a più o meno validi movimenti ritmici, ma quando sul piatto calava un lento si iniziava a dondolare a coppie, più o meno stretti, a seconda di intimità, benevolenza o attrazione reciproca.

Le ragazze si concedevano a me con sufficienza, senza abbandonarsi, con la testa girata di lato per evitare incroci di sguardi e vicinanza di labbra, gli occhi altrove distratti. Non erano molto incoraggianti, ma ero pieno di buona volontà e i ritrovi di Paco si ripetevano frequenti.

Un giorno comparve Rossana: capelli neri dalle adorabili onde, occhi di un verde che non avevo mai visto, una voce che mi rimbalzava dentro con vibrazioni soavi. Sembrava disegnata, eppure così reale da mettere in ombra tutte le altre.

Rossana aveva tre anni più di me, era alle medie da tempo e parlava di materie che sapevano di futuro remoto. Ballava solo con i ragazzi della sua età e non riuscivo a capire se non mi guardava o se proprio non mi vedeva. Rossana era irraggiungibile e così mi accontentai di sognarla. Eravamo fidanzati e la sera andavo a prenderla con il mio disco volante, accostavo alla sua finestra e la facevo salire a bordo, ci baciavamo e andavamo a passare la serata da qualche parte.

Poi, sempre con il mio disco volante, la riaccompagnavo fino al suo cornicione, un ultimo bacio prima che scavalcasse la finestra e un saluto ancora con la mano mentre viravo per tornare a casa. Tutto, all’incirca, come faceva il fidanzato di Mariù quando veniva a prenderla la sera con la cinquecento.

Alla realtà mi ha riportato un gioco d’azzardo con poste da far perdere la testa. A casa di Paco abbiamo iniziato a giocare alla bottiglia, una sorta di roulette dove si puntava sul “cosa fare” lasciando alla rotazione della bottiglia indicare con chi farlo.

Le poste andavano dalla leggera cartolina, un bacio sulla guancia, alla coinvolgente bomba atomica, un bacio sulla bocca con abbraccio. Ci sedevamo per terra in cerchio e ci affidavamo alla sorte facendo girare la bottiglia.

Una volta azzardai la bomba atomica e la bottiglia fornì il suo verdetto. Pacche e risolini ci hanno accompagnato mentre ci appartavamo nella stanza accanto. Una volta soli, ci siamo seduti su uno di quei puff indomabili che si usavano una volta.

Non bastava l’impaccio, dovevamo anche lottare per mantenere l’equilibrio. Il resto è una luce che mi abbaglia, una pellicola che si brucia, non ricordo il bacio e neanche se lei era Rossana, ricordo solo un profumo di maglioncino pulito che avrei voluto respirare per sempre.

I ritrovi di Paco si dispersero in prossimità dell’estate. L’avvicinarsi degli esami ridusse il tempo libero per chi era in terza media, ma soprattutto un’epidemia di mononucleosi mise in allarme i genitori decretando la fine di quelle festicciole.

 

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~ di impollinaire su luglio 14, 2016.

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