RITORNO A CASA

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Il gelo allentava la presa e nella volta plumbea del cielo si aprivano sottili fessure di azzurro. All’interno delle immense voliere gli stormi di icewings migravano verso Nord, accompagnati dal cupo muggito delle letargcows che saliva stanco dai recinti. L’aria fresca portava il profumo dei peschi di Saturno che spuntavano regolari sopra i filari abbaglianti delle forsizie di Venere. La stagione fredda era alla fine.

Gli animali e le piante della galassia richiamavano molti visitatori, ma era la ricostruzione di Venezia a essere ormai da trent’anni la più grande attrazione del parco. Con l’approssimarsi della primavera, migliaia di turisti provenienti da ogni pianeta si accalcavano attorno a Little Venice per ammirare lo spettacolo che ogni anno si ripeteva puntuale ai primi caldi.

Sotto gli sguardi trepidanti del pubblico, il livello dell’acqua che lambiva le calli e i palazzi si abbassava lentamente. Il liquido si ritirava dalla città e andava ad addensarsi nella laguna dove, asciugatosi e divenuto duttile come la creta, si alzava a formare un tumulo che mutava sotto gli occhi degli spettatori, come plasmato dal tornio di un artista invisibile. Dalla materia informe spuntava una testa, si definiva un busto, comparivano arti, mani, dita e alla fine, in un tripudio di urla e di applausi, prendeva vita un corpo umano.

L’Uomo Laguna, come veniva chiamato dalla gente, aveva sempre vissuto così. Non era mai stato nel mondo e non sapeva nulla di sé e delle sue origini. Era stato educato a considerare normale, per lui, quella particolare condizione di vita. Una volta tornato umano, veniva condotto dal guardiano del parco in quella che diveniva la sua casa. E qui restava dall’inizio della primavera fino all’autunno inoltrato quando, con l’approssimarsi del gelo, tornava a dare spettacolo sciogliendosi a poco a poco nei canali di Venezia.

E così anche quell’anno, ancora una volta, tra grida e battiti di mani, le acque di Little Venice si trasformarono in The Lagoon Man. Ma per l’Uomo Laguna quella primavera doveva essere diversa da tutte le altre. Alla fine dello spettacolo c’era ad attenderlo un giovane che, con fare sbrigativo, gli disse che il vecchio guardiano era morto durante l’inverno.

Quelle parole erano per lui tanto inattese quanto incomprensibili. Morto? Che cosa significava morto? L’Uomo Laguna non aveva mai sentito quella parola e, mentre rifletteva sul suo significato, venne accompagnato a casa e lasciato fra quelle mura dove non si era mai trovato solo.

Morto? Forse vuol dire che torna più tardi, pensò, sedendosi sul bordo del letto mentre gli occhi percorrevano ogni particolare della stanza. Era tutto rimasto come l’aveva lasciato quando se n’era andato nell’autunno precedente. Il cuscino non era parallelo alla parete, ma lievemente obliquo con solo un angolo che toccava il muro, come usava tenerlo lui.

Sulla piccola scrivania tre matite colorate presidiavano il lato destro del ripiano, disposte a scala, la gialla che svettava, la blu a destra lievemente ritratta, e la rossa ultima prima del precipizio, con la punta ancora più in basso rispetto alla blu. Le aveva lasciate così. Quell’immobilità gli trasmise, improvvisa, una sottile punta d’angoscia, una sensazione che non aveva mai provato.

L’Uomo Laguna trascorse alcuni giorni nella sua stanza, come era stato abituato a fare, ma questa volta non si mise a leggere o a disegnare: tra il sonno e la veglia rimase in costante attesa di sentire un rumore al di là della porta. Le ore passarono e non successe nulla, allora capì che cosa significava morto: voleva dire che il vecchio guardiano non sarebbe tornato più.

Si sentì smarrito, disperato, solo. Non aveva mai provato nulla di simile. Quell’uomo taciturno era la sua famiglia, l’unico essere umano con cui avesse mai avuto a che fare, con cui avesse mai scambiato qualche parola, l’unico tramite tra lui e gli altri.

Ricordò i rumori che negli anni si era abituato a sentire al di là della porta. I passi del vecchio guardiano che si muoveva per la casa, i suoni di piatti e posate provenire dalla cucina, il rimescolio regolare della lavatrice che più di una volta aveva cullato il suo sonno.

Ora là fuori era tutto silenzioso e realizzo che non c’era da aspettarsi più nulla. L’Uomo Laguna si alzò in piedi e si mosse verso la porta. Dapprima la socchiuse soltanto, cercando di osservare il più possibile dallo spiraglio che lasciava intravedere un corridoio buio senza fine, poi l’aprì a sufficienza per uscire. Mise un piede fuori, guardò in ogni direzione e si mosse iniziando a esplorare la casa vuota e silenziosa.

Ogni stanza si apriva come un luogo misterioso, tutto era nuovo e da scoprire, ovunque c’erano oggetti sconosciuti che guardava a lungo, intensamente, senza osare avvicinarsi, ansimando eccitato davanti a ogni porta, ogni armadio, ogni cassetto.

Arrivò in cucina e vide sul tavolo le confezioni dei biscotti che il vecchio guardiano gli portava ogni mattina quando le cose andavano come erano sempre andate. Ne aprì una e ne svuotò il contenuto avidamente per placare la fame che si era accumulata in quei giorni. Stappò una bottiglia che era su un ripiano e ne mandò giù il contenuto senza neanche sapere che cosa fosse.

Mentre beveva riconobbe il sapore del succo che aveva sempre accompagnato i biscotti e si sentì meglio, a casa, nonostante tutto. Chiuse gli occhi un momento assaporando quella sensazione. Quando li riaprì lo sguardo gli cadde sulla libreria appena fuori dalla cucina. Si avvicinò attratto da un grosso faldone che aveva sulla costa un’etichetta: The Lagoon Man.

Dopo qualche attimo di esitazione, prese il faldone e lo aprì su un tavolo vicino. Referti medici, radiografie, analisi e altri esami testimoniavano un monitoraggio che si compiva su di lui da molto tempo: i documenti più vecchi erano di oltre trent’anni prima. Stava cercando di capire qualcosa di quelle carte quando si trovò in mano uno schermo palmare che, appena sfiorato dalle sue dita, si attivò facendo comparire la foto di un neonato.

Dopo qualche istante il neonato svanì e al suo posto comparve il volto di un uomo che non aveva mai visto. Un sorriso quasi impercettibile diede vita a quel volto e l’Uomo Laguna, sorpreso, avvicinò gli occhi allo schermo per capire se aveva visto bene. Le labbra del volto si mossero e si udì una voce: “Come sarai diventato grande, forse sei un uomo adesso?”

L’Uomo Laguna, spaventato, allontanò lo schermo da cui intanto arrivavano altre parole: “Non ho avuto il tempo di darti un nome, ti hanno portato via subito da me e temo che non potrò vederti mai più”. Le mani strinsero lo schermo e lo spavento iniziale so tradusse in una forte inquietudine.

“Queste parole che ti lascio sono la mia unica speranza, e l’unica tua. Volevo essere certo che solo tu potessi ascoltarle e, per essere certo di questo, ho impostato un codice di accesso in base al Dna, il nostro Dna. Immagino che non ti abbiano detto nulla di te, anzi ne sono certo, ora è venuto il momento che tu sappia finalmente chi sei e da dove vieni.

“Chi sono e da dove vengo?”, sussurrò l’Uomo Laguna staccando una mando dallo schermo per cercare qualcosa dietro di sé su cui sedersi. “Forse sei ancora troppo piccolo, o forse sei già un uomo con le sue certezze, questo non posso saperlo e, in entrambi i casi, potrei farti del male, far crollare tutto quello che pensavi di te e del tuo passato. Forse mi odierai o forse non crederai a una parola di quello che ti dirò. In ogni caso non posso stare zitto.”

L’Uomo Laguna si sedette su uno sgabello che la mano, finalmente, aveva trovato. Chi era quel volto, pensò, e cosa poteva dirgli che non sapesse di sé? Non aveva mai pensato di dover sapere qualcosa di sé oltre a quello che sapeva. Quelle parole lo mettevano davanti a panorami sconosciuti di cui non aveva mai sospettato l’esistenza.

“L’anno scorso ho guidato una missione scientifica su Ykxòs”, proseguì la voce che proveniva dallo schermo palmare, “è un pianeta che studiavamo da tempo per valutare la possibilità di stabilirvi una colonia, ma che presenta tanti fenomeni ancora oscuri e da chiarire. In particolare non riuscivamo a capire perché i laghi sparsi sulla sua superficie non ghiacciano mai, nonostante un gelo perenne attanagli quella superficie. Le risposte a questa e ad altre domande potevano venire soltanto da un’esplorazione diretta”.

Senza distogliere l’attenzione da quel volto, l’Uomo Laguna si portò una mano alla bocca, mentre la voce continuava a parlargli con un tono che non aveva mai sentito prima.

“Poco dopo essere scesi sulla sua superficie, la nostra attrezzatura si rivelò subito insufficiente per quel clima terribile. I miei compagni morirono nel giro di poco e io feci appena in tempo a lanciare l’allarme. Stavo morendo assiderato quando uno di quei laghi sommerse la sponda dove mi trovavo ormai privo di forze”.

Anche l’Uomo Laguna si sentiva venire meno. Dallo sgabello si lasciò scivolare a terra e poi si distese su un fianco con le gambe raccolte. Aveva trascorso tutta la vita senza che accadesse mai nulla che potesse sollevare dubbi o domande. Il vecchio guardiano gli aveva insegnato a leggere e a scrivere, gli aveva parlato del mondo e degli altri pianeti, ma non gli aveva mai detto nulla che gli facesse nascere dubbi su di sé e sulle proprie origini.

“Ripresi conoscenza mentre venivo tratto in salvo dalla missione di soccorso, era passato un mese dalla ricezione della mia richiesta d’aiuto. Mi dissero che il lago si era ritirato al loro arrivo e che solo così mi avevano trovato, privo di sensi ma vivo. Un fatto sorprendente che lasciò tutti senza parole. E i misteri di Ykxòs non erano finiti. Una volta a bordo dell’astronave, avvenne un altro fatto ancora più inspiegabile. Del liquido rimasto in una tasca della mia tuta si rapprese velocemente e, nel giro di pochi secondi, prese le forme di un neonato che si mise a strillare come appena uscito dal ventre della madre. Quel bimbo eri tu!”

L’Uomo Laguna si tirò su a sedere e, tenendo lo schermo con entrambe le mani, lo avvicinò agli occhi: “quel bimbo ero io!?”, disse con un tono che gli suonò lontano ed estraneo, come se non avesse mai udito prima la propria voce. Il volto, dopo un attimo di pausa, riprese a parlare.

“Un fatto sconcertante che suscitò un clamore enorme e un comprensibile interesse scientifico, che tuttavia ha mostrato subito il rischio delle peggiori derive e speculazioni. E così, esame dopo esame, ti hanno allontanato da me. Le mie condizioni di salute sono in continuo peggioramento è non sono riuscito a difenderti”.

L’Uomo Laguna, seduto con le gambe incrociate, appoggiò lo schermo a terra e, puntando i gomiti sulle ginocchia, si resse con le mani la testa divenuta troppo pesante. Si ricordava di aver visto i cuccioli nelle gabbie del Parco e che il vecchio guardiano gli aveva spiegato il ciclo della vita negli animali. Si massaggiò le palpebre, mentre la voce richiamava ancora la sua attenzione.

“Quello che posso fare ora è lasciarti questo messaggio, non solo per farti sapere chi sei ma anche per darti una via di scampo, non vedo un futuro sereno per te sulla terra, ma da qui a qualche anno si moltiplicheranno le spedizioni per Ykxòs, è un pianeta ricco di risorse che attira gli interessi di molti. Ecco allora, ovunque tu sia, appena tu possa, trova modo si partecipare a una spedizione e torna lassù, a casa tua. Ora non riesco a dirti altro, credo di essere vicino alla fine. Ascoltami, non rinunciare a essere felice, ti abbraccio!”.

Si approssimava l’inverno e, da pochi giorni, l’Uomo Laguna si era liquefatto nella piccola Venezia tra il tripudio della folla. Il nuovo guardiano stava compiendo il consueto giro del mattino nei viali tra le gabbie, i recinti e le voliere. Tutto sembrava pronto per il lungo risposo.

A un primo passaggio la mancanza di riflessi non destò alcun sospetto ma, sulla via del ritorno, il guardiano si accorse che dalla laguna non proveniva alcun riverbero. Allora si avvicinò per guardare meglio e vide che del liquido non c’era più traccia: Venezia e le sue isole erano all’asciutto come d’estate.

Un’affannosa ricerca portò alla scoperta di un buco scavato sul fondo di un canale al centro della città. The Lagoon Man era disperso, finito nella falda sottostante, acqua tra le acque che andavano a finire nel fiume, a valle, dove la stazione per le spedizioni intergalattiche disegnava ormai da anni il profilo del cielo.

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~ di impollinaire su luglio 19, 2016.

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