IL CERCHIO

 

17052009_002.jpg

 

Mi sembra ieri. Il fuoco è veloce, inarrestabile, divora tutto come una belva feroce. Le urla si alzano in cielo insieme alle fiamme che danzano impazzite nel buio. Lo scheletro d’acciaio, immenso e perfetto, costruito con il rigore che ha reso famosa l’ingegneria tedesca nel mondo, si scioglie, si piega, si accartoccia e si schianta come il gioco di un bambino. Lo straordinario zeppelin, il nostro orgoglio, il più grande oggetto volante mai costruito, è ridotto a un ammasso di lamiere fumanti. L’LZ 129 Hindenburg era un dirigibile di dimensioni enormi: lungo come due campi di calcio, trasportava un centinaio di persone e raggiungeva la velocità di 135 km/h.

Aveva già attraversato l’Atlantico più volte e quella trasvolata, alle origini pionieristica e avventurosa, aveva ormai assunto il carattere di una placida crociera. Anche l’infiammabile idrogeno, che riempiva le celle del dirigibile consentendone il galleggiamento aereo, era considerato ormai domato dai prodigiosi ritrovati della tecnica. Ma la perfezione è soltanto un miraggio.

Nonostante le misure di sicurezza, alle 19,25 del 6 maggio 1937, mentre tentiamo l’attracco al pilone di ormeggio della Stazione Aeronavale di Lakehurst, nel New Jersey, l’Hindenburg prende fuoco e, nel giro di un minuto, viene completamente distrutto. Le immagini che mi restano sono vaghe: c’è il fuoco che si espande e il calore che mi spinge in alto, attraverso l’involucro in fiamme e poi ancora più su, nell’aria che si fa sempre più fredda. I rumori diventavano fiochi, mentre la brina mi copre la faccia, le mani e quello che resta della divisa.

Il 7 dicembre del 1941 alle Hawaii era un giorno come un altro. Un giorno appena iniziato per la flotta americana del Pacifico alla fonda nella rada di Pearl Harbour. George Berenson era imbarcato sulla corazzata USS Arizona come responsabile di una squadra di meccanici in sala macchine, un ruolo che nessuno aveva mai ricoperto prima di allora a una così giovane età. Aveva vent’anni, un colorito molto scuro e parlava uno slang con un forte accento degli Stati del Sud.

Tutto normale, assolutamente ovvio per un giovane nero originario dell’Alabama, se non fosse che da quattro anni io, Hans Gebel, ufficiale della Luftwaffe imbarcato sul dirigibile Hinderburg distrutto dal fuoco nel New Jersey, coabitavo in quel corpo. Mi erano nitidissimi i ricordi della mia vita a Colonia, e anche quegli ultimi attimi di comandi e di manovre per eseguire l’ancoraggio, appena prima che l’esplosione divorasse ogni cosa. Quella stessa esplosione che mi lanciò in aria con un’alta parabola al termine della quale c’era proprio il corpo di George Berenson, un ragazzo nero dell’Alabama la cui anima gentile non oppose resistenza, si ritrasse e fece posto a quel nuovo arrivato caduto dal cielo.

George stava tornando a casa per pranzo e all’improvviso la sua testa si riempì di parole, di suoni e di immagini che non aveva mai sentito e visto prima. Doveva essere per lui come sognare ad occhi aperti, ma il sogno era di un altro. Credeva di essere impazzito e corse via, a nascondersi, non poteva farsi vedere mentre agitava a scuoteva la testa per tentare di scacciare i ricordi di una vita in Germania che non aveva mai vissuto. Arrivò a pensare di essere posseduto dal diavolo e si rivolse al Pastore della chiesa evangelica che seguiva i fedeli del quartiere. Il religioso si dispose paziente ad ascoltarlo, convinto che si trattasse di normali turbe giovanili da sbrigare con poche e bonarie parole, ma le cose andarono diversamente. Tra i tentativi di George di raccontare cosa gli stava accadendo, le inevitabili incomprensioni e le frettolose rassicurazioni il tempo trascorreva inutilmente senza che si giungesse ad alcuna soluzione.

Alla fine sbottai e mi intromisi cercando di spiegare al Pastore che cosa era successo: l’uomo sgranò gli occhi e si ritrasse bruscamente, tentò di alzarsi e ricadde a sedere, e di nuovo si alzò, mentre io continuavo a parlargli concitato. Il mio intervento pose fine bruscamente all’incontro con il pastore che si allontanò di corsa lasciando George solo sulla panca, con la testa tra le mani, avvilito e spaventato come non era mia stato: che un ragazzo poco più che analfabeta si fosse messo a urlare in tedesco doveva essere stato uno spettacolo dirompente.

“Com’è possibile? Parlo e capisco una lingua che non conosco? E chi sono tutte queste persone che ho in testa? E questi posti mai visti?”, mormorò George con un filo di voce.

“Non credere che per me sia meno difficile, non sono io che ho voluto quello che sta succedendo!”, risposi sprezzante ed esasperato oltretutto dalla beffa di ritrovarmi, io, un ufficiale della Luftwaffe, dentro il corpo di un nero!

Dopo le prime difficoltà, riuscii a trovare con George un modus vivendi, ma l’accordo tra noi non bastò a riportare alla normalità i rapporti tra lui e il suo ambiente: troppo spesso gli capitava di mettersi a parlare in tedesco e di tenere altri comportamenti che risultavano allarmanti. A scuola risolveva calcoli complicati e si perdeva in speculazioni filosofiche, camminava fischiettando sinfonie e di fronte a qualsiasi disfunzione o malfunzionamento non riusciva a trattenersi dal lanciarsi in esaltazioni di Hitler e della Germania nazista.

Ormai tutti lo consideravano un pazzo e la situazione rischiava di precipitare a breve nel ricovero in una struttura psichiatrica. Fu così che lo convinsi ad arruolarsi in marina: là avrebbe potuto inventarsi qualcosa per giustificare quelle parole in tedesco che ogni tanto gli sfuggivano tra i denti, mentre tutte le sue competenze nel campo della fisica e della meccanica sarebbero state bene accette, anche se comunque sorprendenti in un ragazzo nero dell’Alabama. Io, dal canto mio, avrei dovuto imparare a tenere sotto controllo la nostalgia e l’orgoglio patrio.

“Questo è un primo passo per andare avanti, lontano da chi ora potrebbe renderti la vita difficile, sei d’accordo?”, chiesi a George concludendo le mie argomentazioni.

“Jawohl!”, rispose lui teso e frastornato.

La marina degli Stati Uniti fece un ottimo acquisto. Presto gli ufficiali più avveduti compresero le potenzialità di quel ragazzo nero e lo sottrassero alle angherie dei commilitoni e dei sottufficiali che mal tolleravano la sua superiorità intellettuale. George bruciò le tappe e a soli vent’anni si trovò a comandare una squadra di meccanici nella sala macchine di una delle più importanti navi da guerra degli Stati Uniti, la corazzata USS Arizona. Dopo quattro anni di vita insieme mi ero affezionato a quel ragazzo ed ero sinceramente contento per i risultati che aveva raggiunto.

Poi venne quel giorno, il 7 dicembre del 1941. Alle 7,50 suona l’allarme, dapprima si pensa a un’esercitazione anche se non ne è stata data notizia, alcuni ipotizzano un test per stimare la capacità di reazione dei marinai in caso di un attacco senza preavviso. Ma non si è mai assistito a nulla di simile e la confusione è grande. Nessuno ha idea di che cosa stia davvero accadendo, non siamo in guerra, ci troviamo nel porto, in territorio americano, non può essere nulla di serio.

Ma i megafoni continuano a ripetere che “non è un’esercitazione” e alla fine tutti si precipitano in coperta. Appena George si affaccia all’aperto mi è subito chiaro che sta succedendo qualcosa di grave. Sento il rombo degli aerei, li vedo volare bassi tra le navi, con il disco rosso sul fianco e sulle ali, sento le prime esplosioni, il crepitare delle mitragliatrici, e vedo il fuoco e il fumo nero che si alza dai ponti dei navigli ormeggiati.

Non riesco a muovermi e non so cosa fare, poi un fischio sempre più acuto e vicino mi fa capire che un’altra fine è arrivata: una bomba centra l’Arizona, sfonda ponti e paratie, penetra giù sempre più giù, fino al cuore della corazzata, nel deposito delle munizioni. L’esplosione è spaventosa. Le lamiere si contorcono con un fragore che squassa ogni cosa e lo spostamento d’aria è il pugno di un gigante. George viene sollevato in alto e avvolto dal fumo acre della pirite, oltre i pinnacoli neri e la trama luminosa dei traccianti. La battaglia si allontana, è qualcosa che ormai appartiene alle vite di altri.

La notte del capodanno vietnamita del 1968, fra il 30 e il 31 gennaio, l’esercito nordvietnamita e i guerriglieri Viet Cong scatenarono l’offensiva del Têt, un grande attacco a sorpresa contro le più importanti città del Vietnam del Sud. Come ordinato dal generale Vo Nguyen Giap, comandante supremo dell’Armata del Nord, l’antica capitale Huế venne presa d’assalto da dieci battaglioni che in pochi giorni riuscirono quasi a sopraffarne le difese. Tra gli ufficilai al comando della controffensiva c’era Duong Phan, un colonnello dell’esercito sudvietnamita che aveva scalato brillantemente le gerarchie militari grazie alle qualità superiori che aveva dimostrato fin da bambino.

Era stato esattamente il 7 dicembre del 1941 il giono in cui il piccolo Duong divenne, improvvisamente, a tutti gli effetti, un enfant prodige. Il suo maestro ne conservava un ricordo lucido e chiaro, dal quel preciso momento Duong iniziò a parlare correntemente in tedesco, risolveva ogni problema di matematica, intratteneva gli insegnanti conversando su Goethe e Schopenhauer, e costruiva bellissimi modellini di dirigibile, perfettamente funzionanti. A sentirla raccontare era stata una bella favola, ma per Duong non furono tutte rose e fiori.

Nei primi tempi rischiò di essere emarginato e di finire confinato in qualche struttura psichiatrica senza ritorno. Non era stato facile per i suoi parenti e per gli amici comprendere e accettare tutto quello che così repentinamente si era andato manifestando. Per fortuna il maestro e tutta la struttura scolastica riuscirono a proteggere Duong e a creargli degli spazi dove poter esprimere il suo mondo liberamente. Io peraltro mi ero molto placato, dopo aver lasciato George ed essermi ritrovato ancora una volta in un altro corpo, mi ero rassegnato a vivere quella condizione senza pormi più domande che non trovavano risposta.

Imparai a controllarmi, a evitare uscite che potessero mettere quel bambino in difficoltà e a comunicare con lui nel modo più equilibrato. Cercai di ricordare quel poco che avevo letto di Sigmund Freud per affrontare al meglio la nostra convivenza. Iniziai così a parlare a Duong soprattutto quando si accingeva al riposo, come fossi un amico che gli compariva in un sogno.

“Oggi ce la siamo cavata proprio bene, non trovi Duong?”

“Sì, anche se a un certo punto non sapevo proprio più come andare avanti nel compito, per fortuna c’eri tu”, rispondeva lui mezzo addormentato.

“Sì ho visto, domani per l’interrogazione di matematica non ti preoccupare, se sei in difficoltà, basta che ripeti quello ti dico io, va bene?”

“Va bene, grazie, sei un amico!”

Ora il suo volto è riflesso nei frammenti di vetro sparsi per terra: il colonnello Duong Phang è in ginocchio ferito dalle schegge sollevate dalle bombe cadute sulla capitale Huế. Quella che sarà ricordata come l’offensiva del Têt è in pieno svolgimento. Duong ha il viso contratto dal dolore e io soffro con lui nel vederlo così lacerato nel corpo e nel sentirne lo sconvolgimento interiore.

Ma non ho il tempo per cercare delle parole di aiuto e di conforto: nel martellare indistinto della battaglia, un fischio terribile si avvicina, sempre più forte. La vampata è accecante, il boato invade il corpo e la mente. Duong viene sollevato in aria insieme a tutto quello che lo circonda, terra, macerie, armi e munizioni. Una nuvola di fumo e polvere ci accompagna in cielo, dove il caldo umido si apre a una brezza azzurrina.

Gli altri grattacieli si affollano in basso. Dal novantaduesimo piano delle Twin Towers il panorama toglie il respiro e il mondo appare lontano. La promozione a direttore della filiale americana è un balzo in avanti nella mia carriera, e ne sono felice. Una felicità che si accompagna a un senso di giustizia, perché so quanto me lo sono meritato: “il ’96-2001 è un quinquiennio di portata storica per la nostra azienda e il merito lo attribuisco senza tema di smentita a Friedrich Gebel!”, ha detto l’amministratore delegato ai soci prima dell’estate.

Ma tutto questo, gli impegni, il lavoro e la famiglia non mi fanno dimenticare chi sono e le vite che ho vissuto ancora prima di nascere. George e Duong sono stati un ponte che mi ha riportato a casa e ritrovarmi qui, a New York, a 64 anni dal disastro dell’Hindenburg, mi fa capire che il cerchio questa volta si è chiuso. Una certezza che mi viene anche da questo sole di agosto che splende come un sigillo divino.

Guardo la foto del nonno che mi sono portato da Colonia e ancora mi sorprendo nel vedere quanto gli somiglio, me lo ha ripetuto ancora oggi Sara, dolce Sara, che non sa quante vite ha sposato. A fine settembre, appena avrò avviato l’ufficio e sarò più tranquillo, andrò a Lakehurst a deporre un mazzo di fiori dove lui è morto e non ha avuto fine.

Annunci

~ di impollinaire su settembre 17, 2017.

2 Risposte to “IL CERCHIO”

  1. ehi! cugino Aire, ti ricordi di me?
    Ora mi sono data un altro nome, ma son sempre quella, la tua cugina virtuale e dispettosa…
    T’ho ritrovato riaprendo il vecchio blog e ne sono stata contenta, perché, non chiedermene la ragione, pensavo non scrivessi più.
    Però, ora che t’ho ri-scovato, vedrai che non ti mollo, e son cavoletti verdi e tuoi!
    Un salutone e a presto,
    Sabina (a suo tempo “TeZ”)

    • Ciao Sabina, mi fa piacere ritrovarti! vedo che hai sempre una bella carica, tremo già all’idea dei tuoi dispetti:) sappi comunque che scrivo di rado e che quindi non ti offriro’ troppo il fianco… spero che tutto ti vada per il meglio, un abbraccio!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: