UN PESCE FUOR D’ACQUA

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Senza che me ne fossi reso conto il buco nella calza si era allargato. All’inizio era soltanto un forellino, uno di quelli che mio padre, con il suo spirito spiccio da alpino, avrebbe definito una ‘salutare presa d’aria’. Un forellino che la maturata esperienza nella gestione domestica mi faceva stimare tollerabile ancora per due o tre usi, due o tre lavaggi, prima di dover condannare la calza alla raccolta indifferenziata.

Non avevo considerato le corse frenetiche della giornata e il conseguente moltiplicarsi degli attriti che nel buio e nel silenzio, fra calza e tomaia, avrebbero lacerato le fibre del tessuto come una banda di ladri, trasformando quella trascurabile imperfezione in un’autentica falla, un marchio di inequivocabile sciatteria.

La giornata era stata un precipitare verso il basso. Pessime notizie sul futuro dell’azienda avevano dominato in ufficio per buona parte della mattinata e nel pomeriggio una serie di appuntamenti rivelatisi tutti deludenti mi avevano fatto correre da un capo all’altro della città con un crescente senso di disagio. E non era ancora finita. Verso le sei Matilda aveva risposto al mio ultimo messaggio in modo troppo scarno e sbrigativo per consentirmi ancora di coltivare delle illusioni: “Mi dispiace ma domani non ce la faccio proprio”.

A questo punto restava la palestra, lo spazio che mi ero ritagliato per mantenermi in forma e scaricare le tensioni. Ma già da un po’ il Club a cui mi ero iscritto non rappresentava più un momento di vero ristoro e insistevo nel frequentarlo soltanto perché, come da contratto, il canone annuale lo avevo dovuto pagare anticipato.

La condizione del morale influenza il rendimento atletico e quella sera ne ho avuta piena conferma. Ho arrancato per un’ora fra spalliere e tappetini con malcelata fatica tanto da provocare nel personal trainer evidenti segni di fastidio: “in ogni sessione dobbiamo andare sempre oltre i nostri limiti!” ha sentenziato seccamente alla fine dell’allenamento, mentre tentavo di sollevarmi sulle braccia una volta ancora.

Arrivato nello spogliatoio, dopo la doccia, agognavo il divano e lo stordimento che soltanto la Tv sapeva donarmi dopo una pessima giornata. Mi sono asciugato in fretta quasi fossi assillato da impegni urgenti e ho iniziato a vestirmi con movimenti così bruschi da vincere le ultime resistenze della calza che tentavo di infilarmi sulla pelle ancora umida: l’alluce è sbucato all’improvviso, penoso, ridicolo e persino un po’ schifoso, come un topo nel salotto di casa.

Con le palestre non conoscevo vie di mezzo. In passato avevo dovuto risparmiare ed ero finito in un seminterrato allestito alla meglio con attrezzi usurati e un istruttore di poche parole che passava con disinvoltura da gesti esplicativi sul potenziamento muscolare a improvvisate mimiche a sfondo sessuale. In quell’ambiente una calza bucata sarebbe passata inosservata, e se anche avesse sollevato qualche commento o risata la cosa non mi avrebbe turbato più di tanto.

Ora era diverso. Finito di pagare il mutuo per la casa, avevo investito su me stesso e mi ero iscritto al Club, con tanto di tessera oro e un costo annuo che ero riuscito a metabolizzare pensando a un meritato regalo, uno di quelli che ci si fa di rado per sancire il raggiungimento di un traguardo.

A un primo impatto la novità era stata inebriante: una fragranza di fiori mi avvolgeva a partire dall’ingresso, la ragazza alla reception mi salutava chiamandomi per nome, la musica dance mi faceva avanzare con ritrovato orgoglio fra le pareti verde fluo, e poi la piscina, la sauna, il bagno turco e una tribù di femmine in tute stretch che con le loro contorsioni sembravano illustrare le infinite possibilità del Kamasutra.

Ben presto avevo però iniziato a sentirmi soppesato. Sguardi veloci mi percorrevano da capo a piedi, domande distratte mi intrappolavano in risposte inadeguate, i crocchi dei soci restavano chiusi e impenetrabili. Pagare la retta del Club non era bastato a superare la selezione della specie. E per chi avesse avuto ancora qualche dubbio, eccomi lì con l’alluce a nudo proteso nel vuoto a denunciare il mio vero status e la propensione al risparmio persino nell’acquisto delle calze.

La faccia è avvampata, lo stomaco si è contratto e un’accentuata smorfia di sorpresa ha tentato di far intendere che si trattava di un fatto del tutto eccezionale anche per me. Il silenzio e lo scostamento di una borsa che qualcuno mi aveva posato accanto hanno marcato le distanze.

Appena entrato in casa ho lanciato le scarpe in un angolo, mi sono sfilato con rabbia la calza bucata, ho aperto il vano dell’immondizia e sollevato il coperchio del bidone. Quel piccolo ammasso di filo di Scozia, fottuto e traditore, era giunto alla fine.

Stavo per aprire il pugno e lasciarlo cadere nel bastardume dell’indifferenziata quando mi è venuta in mente mia madre: era seduta sulla poltrona, sotto la finestra in favore di luce, accanto aveva il cestino con gli aghi di varie misure e i rocchetti di filo d’ogni colore, con una mano teneva l’uovo di legno su cui aveva infilato una calza bucata mentre con l’altra guidava l’ago a riunire i lembi del tessuto smagliato.

Dopo aver accantonato l’idea di imparare a cucire, ormai da anni compravo paia di calze sempre uguali, blu notte con delle righe in rilievo che donavano un certo slancio. Se una calza si bucava veniva cestinata mentre quella rimasta spaiata finiva nel cassetto in attesa di un’altra superstite con la quale avrebbe dato vita a un nuovo paio di calze perfettamente identiche… e così via, nei secoli dei secoli. La questione l’avevo risolta così, in modo pratico e tutto sommato economico.

L’immagine di mia madre è svanita come era comparsa, le dita si sono aperte e la calza, con un lievissimo tonfo, è andata incontro al suo destino. Avevo sepolto la vergogna e, con lei, pensavo anche quella giornata. Rimaneva però ancora Matilda. Ho preso il cellulare per vedere se aveva risposto al mio rilancio per la settimana successiva, ma la casella di messenger si chiudeva ancora con le mie ultime parole: “Peccato per domani, che ne dici di andare al cinema lunedì o martedì sera? Adoro non fare code, fammi sapere se ce la fai :-)”.

Avevo incontrato Matilda a una festa dove entrambi conoscevamo pochi invitati e la situazione era stata propizia per chiacchierare e scoprire una passione comune per la fotografia. “Conosci Vivian Maier?!” aveva scandito con gli occhi sgranati, donandomi una piacevole sensazione di quotazioni in salita. Avevamo parlato ancora qualche minuto e poi si era messa a ballare con gli altri, mentre io ero rimasto seduto a spiare i suoi movimenti dal divano.

A fine serata si era aggregata a una coppia che andava nella sua stessa direzione e con me era rimasta di sentirci su Facebook. Nei giorni successivi le avevo chiesto l’amicizia, avevamo chattato con un buon coinvolgimento e a tante battute aveva risposto con una sfilza di smile sghignazzanti, ma poi si era negata per un cinema e due aperitivi. Ho ripercorso la chat all’indietro, rimuginando se lasciar perdere o scriverle ancora: dei lunghi fumetti azzurri zeppi di parole erano impilati sulla destra, mentre a sinistra, accanto alla foto di Matilda sorridente, poche parole si alternavano a emoticon e monosillabi.

“Lasciamo perdere…” ho pensato nello stesso momento in cui realizzavo di avere un piede gelato. Ho gettato il telefono sulla poltrona e sono andato a prendere dalla cassettiera una calza spaiata. Me la sono infilata e mi sono buttato sul divano, ho acceso la Tv e ho fatto scorrere tutti i canali, fino a che un gorgoglio lamentoso mi ha riportato alla realtà, avevo fame.

Mi sono alzato e ho aperto il frigorifero, era mezzo vuoto e nulla di quel poco che vedevo corrispondeva al sapore preciso e tuttavia indefinito che mi stavano suggerendo le papille. Un sapore che dopo qualche secondo si è fatto immagine e nome: lasagne. Da qualche angolo remoto della mente mi era emerso un desiderio insopprimibile di lasagne, lasagne abbondanti, calde, spesse, straripanti sugo e ragù. Ero molto stanco ma la giornata non poteva finire con due hamburger vegetariani. Ho guardato l’orologio, le 8 e 40, il supermercato era ancora aperto. Mi sono infilato scarpe e cappotto e sono corso fuori.

Il reparto surgelati mi sembrava sconfinato, l’ho percorso una volta in tutta la sua lunghezza senza trovarle e quindi sono tornato indietro lentamente, scorrendo ogni scaffale in larghezza e in altezza: surimi, bastoncini, sogliole, piselli, spinaci, minestrone di verdure, minestrone con legumi, tagliatelle ai porcini, linguine allo scoglio, caserecce alla siciliana… lasagne! Eccole finalmente nell’ultimo comparto, lasagne al forno, alla bolognese, alla carne e ragù.

Davanti all’anta di vetro che dovevo aprire stazionava un carrello bello pieno, con un bambino seduto nel cestello e il presumibile padre intento a guardare il cellulare. Erano stati loro a nascondermi le lasagne. Stavo per invitare il tipo a spostarsi con un tono di voce del tutto incoerente rispetto allo “scusi” che avevo sulle labbra, ma il bambino mi ha preceduto di un secondo: con il braccino roteante ha lanciato oltre il bordo del carrello un barattolo di pesto che era in cima alla montagna di spesa alle sue spalle. Il tonfo è stato secco e sul pavimento si è dipinta una stella verde ed oleosa con raggi irregolari in ogni direzione.

– Cazzo! – ha esclamato il papà mettendosi in tasca il cellulare.
– Ma non posso lasciarti solo un attimo! – ha detto la mamma materializzandosi dal nulla.
– Sciocco guarda cosa hai fatto! – ha detto il papà guardando il bambino.
– Non è colpa sua! – ha ribattuto la mamma rivolta al marito.

Il bambino si è messo a piangere e i due hanno iniziato a litigare. Li avrei spostati volentieri in blocco con un’unica spallata ben assestata all’intera famigliola e per un attimo ho immaginato lei che urlava a gambe all’aria, lui incespicante alla ricerca di un appiglio e il carrello viaggiare libero senza guida verso le casse. Nel frattempo è arrivato un inserviente per fare pulizia e il carrello è stato spostato quel tanto che bastava per poter aprire l’anta dello scaffale e raggiungere finalmente le lasagne.

Camminavo veloce per tornare a casa, con le lasagne al sicuro nel sacchetto che mi dondolava affianco e tuttavia con un filo sottile di fastidio che non passava e che anzi si andava aggrovigliando nonostante il ricorso alle mie imprecazioni preferite. Dalla fila di serrande ormai abbassate, spuntava un fascio di luce tenue che illuminava appena il tratto di marciapiede che stavo per passare. Nella tintoria cinese si lavorava ancora. Mi sono fermato ai margini della vetrina per dare uno sguardo senza farmi notare.

La titolare stava stirando una camicia, forse una delle mie che avevo portato il giorno prima. Al bancone c’era il figlio, seduto davanti a un quaderno aperto, che guardava la Tv mordicchiando la penna stretta fra le dita. La luce gialla e soffusa del negozio mi ha placato per un momento: anche io da bambino non ne volevo mai sapere di fare i compiti e alla sera mio padre spesso mi sgridava. Già mio padre, che cosa avrebbe detto mio padre? “Studia, cretinetto, che se no ti ritrovi anche tu da grande a stirare fino a sera!” ho pensato riprendendo la strada di casa.

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~ di impollinaire su ottobre 9, 2017.

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