IL POPOLO DEI MONTI ILLUMINATI

autumn city clouds dark

Photo by Flo Dahm on Pexels.com

Non eravamo mai andati al di là del muro a secco, dove si vedevano solo il cielo e i filari delle vigne. Ci avevano detto di non allontanarci dal paese e così abbiamo fatto dall’inizio dell’estate. I giorni passavano uguali giocando a pallone a ridosso della chiesa, o alla guerra fra le case diroccate, ma ogni tanto guardavamo il muro e le viti dai grappoli acerbi che scendevano lungo il colle fino alla valle sottostante.

Dopo cena ci fermavamo sul balcone che univa le stanze aperte sulla parete della casa. Nel cielo il buio era calato e restava solo un ultimo bagliore a disegnare il profilo dei monti oltre la distesa delle viti. Quei declivi non più vuoti e inerti a sera erano punteggiati dalle luci di strade lontane e di paesi sconosciuti.

Nell’aria c’erano i grilli e la musica che scendeva dalla piazza, i grugniti dei maiali chiusi ai margini dell’aia e gli aerei invisibili che nel nero profondo inseguivano il sole in fuga verso il mare. Si stava così, anche per un’ora, con le gambe a penzoloni dalla ringhiera, tirando a indovinare quanto distassero da noi quelle luci e come potesse mai essere la gente di laggiù.

Un giorno Ale mi disse che era ora di finirla di giocare e che era arrivato il tempo di capire le intenzioni di quelli delle luci. “Non sappiamo chi sono e cosa fanno, forse sono popoli nemici e magari neanche umani!”, aggiunse in piedi su una vecchia macina indicando verso i monti con il fare dei momenti seri.

Poi mi svelò un segreto che aveva tenuto per sé fino ad allora. Una notte aveva visto dei lampi scendere dal cielo su quei luoghi e giurava che non era stato come nei normali temporali: non pioveva e sembrava che ai lampi caduti sui monti dalle nubi ne seguissero altrettanti di risposta verso l’alto, quasi come scambi di colpi di cannone. “Chi può fare cose del genere?” mi urlò Ale con la rabbia di chi pensa di non essere creduto.

Ma io credevo ad Ale, sempre, credevo a lui e a ogni sua parola. Quando mi vide spaventato scese dalla macina e si avvicinò per calmarmi. “Non aver paura, non è che dobbiamo pensare a tutto noi, in paese c’è chi è capace di fare cose che tu neanche ti puoi immaginare, cose da far tremare anche quelli delle luci”.

E mentre parlava ancora si mise a correre facendo segno con la mano di seguirlo. Ale volava sul sentiero di terra battuta che si snodava tra le case abbandonate, scansava le pietre cadute dai muri con salti che gli alzavano le braccia come ali, seguiva una sua via segreta imbucando i vicoli senza alcuna esitazione.

Io gli stavo dietro cercando di imitare i suoi veloci spostamenti, i balzi e gli appoggi sicuri sull’orlo delle buche. Anche io volevo essere incurante del pericolo di bisce e di scorpioni, anche io invulnerabile e leggero sui cocci di bottiglia sparsi fra i ciuffi d’erba secca. Ale sbucò fuori dalle ultime case e raggiunse in breve i cespugli di more che segnavano la fine del paese da quel lato. Si accucciò dove sembrava aprirsi un passaggio tra i rami spinosi e mi fece segno di andargli a fianco senza far rumore.

Al di là delle more si alzava del fumo da un fuoco acceso per bruciare degli sterpi. Un vecchio buttò sulle fiamme alcune frasche e si sedette accanto a un capanno, prese qualcosa da un piccolo sacchetto, se lo portò alla bocca e si mise a masticare rivolto verso il fuoco. “Quello è Faccia di quercia”, sussurrò Ale con un filo di voce, “è vecchio ma è così forte che può fare quel che vuole. Guarda, non ha i denti e tritura come niente le castagne secche!”.

Faccia di quercia masticava lentamente e noi guardavamo incantati quelle guance di corteccia distendersi e contrarsi mosse da chissà quali forze misteriose. Ale indicò verso un albero vicino. C’era un uomo in piedi tra i rami che parlava verso le nuvole e sembrava rivolto a qualcuno affacciato lassù ad ascoltarlo. “Quello è Ghianda, il figlio di Faccia di quercia, si arrampica dove vuole e se cade non gli succede niente. Dicono che ha qualche santo in Paradiso”.

Dopo aver osservato padre e figlio ci ritirammo per non farci scoprire e, appena arrivati al riparo delle case, Ale mi assicurò che questo non era ancora niente. Poi si rimise a correre seguendo i suoi tragitti.

A volte attraversavamo il paese e scendevamo fino al fiume che sotto le fronde degli alberi segnava il confine con i campi. Aperto un varco tra i cespugli, gettavamo nell’acqua dei fili con le esche e restavamo a vedere se qualcosa veniva ad abboccare. Una mattina eravamo sdraiati con gli occhi al cielo e il braccio disteso verso l’acqua in attesa che si tendessero le lenze. Mi stavo quasi addormentando quando sentimmo delle voci.

Un rumore di tuffi ci fece dimenticare subito la pesca. “Le sirene!”, mi disse Ale in un orecchio. “Non farti vedere che se no scappano”, aggiunse scostando appena le foglie davanti agli occhi. Corpi bianchi scorrevano veloci dietro la sottile barriera di fogliame. “Adesso non fa freddo ma io le ho viste fare il bagno nel fiume anche d’inverno e pure sotto ai temporali veri, quelli con la pioggia”.

Le sirene improvvisarono una danza sul fondale basso. Emergevano dalla vita in su con le braccia ad arco sulla testa e si lanciavano in brevi piroette prima di ricadere nel fiume con un tonfo. Un ballo che si trasformò presto in scambi di schizzi d’acqua e bordate di terra fradicia raccolta dall’argine fangoso. “E anche queste figurati se hanno paura di quelli delle luci”, concluse Ale che conosceva bene con chi aveva a che fare.

Il cane stringeva la manica tra i denti e mi tirava per il braccio,  ringhiava e strattonava. Non aveva la parola ma si spiegava bene, voleva chiaramente che mi alzassi e lo seguissi. Quando aprii gli occhi Ale era lì.

“Dai alzati, dobbiamo andare”
“Dove?”
“All’osteria del Tordo, subito!”
“Ma è buio, non posso uscire di notte”.
“Per una volta dovrai disobbedire”.
“Perché?”
“C’è una gara di bevute, ci sono i più forti del paese, dobbiamo vedere tutti quelli su cui si può contare”.

Camminavamo rasenti ai muri nei vicoli deserti, attenti a non far rumore, con le ombre che si allungavano davanti quando superavamo le luci appese fuori dalle case. Non avevo mai visto il mondo a quell’ora della notte e ogni cosa mi sembrava nuova.

L’osteria del Tordo apparve dopo una curva in fondo alla discesa che portava fuori dal paese. Auto, vespe e motorini erano ammassati fuori dal locale da cui arrivavano confuse urla e risa. Ale si arrampicò sul cofano di un auto e mi fece segno di salire. Da una finestra iniziammo a sbirciare dentro l’osteria.

Un fumo denso riempiva la stanza e rendeva difficile vedere. “Non è di sigarette”, mi sussurrò Ale nell’orecchio, “questa sera ci sono anche le anime dei morti”. Poi iniziammo a distinguere delle ombre attorno a un tavolo e due uomini seduti con davanti a loro una parata di bottiglie vuote. “Sono Palla e Filo”, mi chiarì Ale col tono di chi introduce a qualcosa che non è per tutti, “fanno a chi beve di più e peggio”.

Palla ingollava vino da un cartone, la testa indietro, il braccio alzato e il pomo che andava su e giù come l’ingranaggio di un motore. Filo svuotava in una brocca ogni bottiglia che gli passavano dal banco, compreso il sapone per i piatti, poi appoggiò le labbra al bordo e iniziò ad aspirare. Un rumore salì potente verso l’alto, tanto che la brocca e il tavolo iniziarono a tremare, sembrava un’idrovora che avevo visto in TV aspirare le acque dopo un’alluvione.

Per un attimo pensai che tanta forza non si sarebbe potuta più fermare. Finita la brocca, Filo avrebbe continuato a risucchiare tutto quello che si trovava nell’osteria del Tordo: l’aria, il fumo, i bicchieri, le bottiglie, i tavoli, le sedie e, uno a uno, tutti gli uomini che assistevano ala sfida.

Ma non andò così. A un tratto l’idrovora cessò il suo lavoro, Filo alzò la testa, rimase così per un secondo, guardando stupito tra le assi del soffitto, e cadde indietro come un albero tagliato, tra le gambe di chi gli stava attorno.

Palla lo seguì a breve spazzando via le bottiglie in ogni direzione. “La gara è finita”, disse Ale, “credo sia un pareggio”. Dalla bocca di Filo si alzò una bolla di sapone, piena di luci e di riflessi, si mosse magica e leggera nell’aria fumosa del locale e poi svanì in uno scoppio silenzioso. “Con gente così non abbiamo nulla da temere”, concluse Ale saltando in strada dal cofano dell’auto.

Nell’aria di fine agosto appena lavata dalle piogge il sole entrava in casa prepotente, svelando il pulviscolo anche negli angoli più bui e la danza della polvere nella luce filtrata dalle imposte.

La porta della camera era aperta quanto bastava per vedere la mamma fare pulizie. Spolverava con un panno giallo, percorrendo mensole e ripiani, fino ad arrivare vicino a papà che stava seduto in poltrona a leggere il giornale.

“Senti”, disse rivolta alle notizie in prima pagina, “anche quest’anno è andata così, va bene, bisogna risparmiare ancora per un po’. Ma l’anno prossimo portiamolo al mare, dove può trovare qualche amico, dei bambini con cui giocare, non può stare sempre così solo”.

Il giornale si abbassò appena un poco, si mosse per un po’ a piccoli scatti, a destra e a sinistra, in alto e in basso, per tornare infine nella posizione iniziale. Ale se ne stava sdraiato sopra all’armadio, con le mani incrociate sotto alla testa e lo sguardo rivolto al soffitto; tormentava il gambo di una spiga macinandolo fra i denti.

Da tempo sentivo parlare della nuova provinciale che correva dietro i monti, oltre la valle delle vigne, ma non avevo capito quanto il papà la trovasse interessante.

“Si risparmia un bel po’ di chilometri e basta prendere la strada bianca dopo quelle case”, disse alla mamma quando stavamo per partire. Guardai quella striscia bianca che si snodava oltre il muro a secco tra i vigneti distesi nella valle, fino a salire e perdersi sui monti.

Ale era sparito. Nell’aia sentivo solo il rumore dell’auto, papà che diceva “è ora di partire!” e il respiro dei monti che sembravano in attesa. Scansai la mamma sulla porta di casa e corsi in camera a prendere la pistola che tempo prima avevo costruito con il Lego.

La macchina correva sulla strada bianca, alzando nuvole di polvere come fa la nave con le onde. Intorno si stendevano i filari delle vigne. Seduto dietro, accanto al finestrino, stringevo la pistola tra le mani e guardavo attento in ogni direzione.

Il mare verde si apriva davanti alla macchina che correva avanti quasi non ci fosse nulla da temere. “Dove sarà Ale?”, continuavo a domandarmi. Fuori c’era il sole che cadeva bollente sulla terra, ma sentivo freddo. La pelle d’oca arrivò con un brivido improvviso.

In fondo alla valle la strada bianca saliva sul pendio inerpicandosi con una brusca serie di tornanti. Terminati i filari iniziarono a comparire degli alberi che, proseguendo nella salita, si facevano via via più fitti senza lasciare intravedere cosa potesse esserci più oltre.

Dopo una curva apparve un muro che si alzava a destra della carreggiata. Strinsi i denti e la pistola, mentre la macchina proseguiva ancora un po’ prima di iniziare a rallentare.

Pensai a quello che mi aveva detto Ale sull’importanza di essere forti e coraggiosi, soprattutto quando non si può contare che su noi stessi. Iniziai a ripetermi le urla di guerra che mi aveva insegnato, le urla che in momenti come questi bisogna prepararsi a far uscire dalla gola: “Hooka Hey! Hooka Hey! Hooka Hooka Hey!”.

La macchina si fermò. Alzai gli occhi appena. Papà e mamma guardavano, sorridendo, nella stessa direzione. Fuori da una casa c’erano delle donne e dei vecchi che facevano cenni di saluto.

Dei bambini sbucarono da dietro il muro e vennero a vedere. Uno arrivò vicino alla macchina e mi salutò a due mani seguito subito dagli altri. La pistola di Lego scivolò sul sedile e feci appena in tempo ad agitare le mani dietro il vetro prima che papà ripartisse per la nuova provinciale.

~ di impollinaire su settembre 26, 2018.

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