IL RATTO DELLA VOLPINA ACCONDISCENDENTE

•maggio 17, 2013 • Lascia un commento

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Che Pachita dovesse avere i cuccioli si sapeva da tempo. Un pomeriggio di un paio di mesi prima, proprio quando la cagnolina era al culmine del calore, Betty l’aveva portata a fare una passeggiata sotto casa e, vedendo che non si decideva a fare i “bisognini”, l’aveva slegata in un’area che sembrava sicura. Pachita probabilmente era stufa di sentirsi così controllata, o forse qualcosa dentro di lei le diceva che era pronta per diventare mamma.

Fatto sta che “dribblò” agilmente la padroncina, dirigendosi senza indugi là dove si vedevano delle persone che chiacchieravano tra loro, e soprattutto i loro cani scorazzanti liberi nel prato. Betty le corse dietro chiamandola a squarciagola, ma Pachita era inarrestabile e presto scomparve in una macchia di alberi e cespugli. Ci volle un po’ per trovarla, sembrava sparita. Alla fine però, eccola, ben nascosta in un piccolo spazio creato da un cerchio di rami bassi e fronzuti… quasi un’alcova.

Guardava la sua padroncina con l’aria perplessa e vagamente colpevole: non era sola. Attaccato a lei c’era Pippo, un simpatico meticcio della zona che tra i vari pretendenti era sempre stato il prediletto. Il “fattaccio” era compiuto e in modo inequivocabile, certamente con il sigillo dell’amore e non con l’onta dell’incontro occasionale. Ma non per questo il risultato era meno problematico… di lì a poco sarebbero nati dei cuccioli e per ognuno di loro bisognava trovare una sistemazione.

La voce si sparse subito e, grazie al passa parola tra parenti e amici, la questione dei candidati alle adozioni si risolse alla svelta. Per tutti i ragazzini del vicinato l’arrivo dei cuccioli era una novità emozionante e diverse famiglie si dichiararono felici di accogliere i figli di Pachita. Si poteva andare incontro al parto a cuor leggero. Il giorno arrivò. La cagnolina se ne stava prostrata nella sua cuccia, non sembrava soffrire, ma doveva essere spossata dalle doglie e dal peso che le gravava nel ventre.

Solo gli occhi si muovevano frementi e allarmati, rivolgendosi a Betty e a sua madre per cercare conforto, quasi a chiedere… avete capito cosa sta succedendo? Sapete cosa fare? Poi un breve abbaio ed ecco, tra lo stupore dei presenti, il primo cucciolo comparire per magia nella cuccia… un minuto, forse due… un altro abbaio ed ecco arrivare l’altro… e così via fino a quattro. Una volta sgravata, Pachita si tirò su e, guidata dall’istinto, iniziò a pulire i cuccioli che subito si attaccarono alle sue mammelle per soddisfare il loro incontenibile appetito. Tutti rimasero sorpresi per come le cose si erano svolte senza particolari trambusti, guidate più dalle leggi della natura che dall’intelletto degli umani ridotti al ruolo di puri spettatori.

LA VERA STORIA DEL PERSIANO VOLANTE

•maggio 17, 2013 • Lascia un commento

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Chissà perché Ippy si è lanciato nel vuoto quel giorno? Forse ha spiccato il volo nel tentativo di catturare un piccione, o magari quel ramo di fico che lambiva il balcone era davvero irresistibile. Questo non lo saprò mai. Ma un fatto è certo: quando a sera Manuela mi aprì la porta in lacrime, le sue parole – “non trovo più Ippy!” – non lasciavano spazio a dubbi. Lei era cresciuta con i gatti, in qualche modo era una di loro. Dopo un allarme del genere non era pensabile trovare il nostro amato Persiano acciambellato in un armadio.

Cominciammo a chiedere ai vicini, ma nessuno lo aveva visto. Dove era finito? Ci era forse svicolato tra le gambe mentre aprivamo la porta di casa? No, non eravamo così distratti. Era caduto dal balcone? No, non era mai stato un temerario. Altre possibilità tuttavia non ce n’erano e così andammo da una signora che si prendeva cura di una colonia felina nel giardino del palazzo. Ma anche lei non aveva visto Ippy. Era ormai notte e ci prese uno sconforto amaro. Sembrava una maledizione. Anni prima era scomparso Mog, un Persiano fulvo di cui non avevamo saputo più nulla, nonostante le affannose ricerche e la promessa di una ricompensa a chi lo avesse trovato. Ippy aveva colmato quel vuoto, ma il destino ora sembrava ripetersi.

Il giorno seguente passò senza nulla di nuovo e a sera ci ritrovammo in silenzio, senza guardarci negli occhi, ormai certi che non l’avremmo più visto. Il miagolio salì dal basso, all’improvviso. Per me poteva essere un gatto della colonia felina, ma Manuela scattò in piedi, era lui, ne era certa. Il miagolio tornò ancora, riprese più forte, quasi un grido d’aiuto. Corremmo sul balcone, il lamento saliva da un punto preciso: Ippy era là, tra le piante del giardino. Corsi giù e mi feci aprire da un ragazzo che abitava al pian terreno, dal suo appartamento si accedeva allo spazio verde retrostante.

Era buio e non capivo dove andare, il miagolio era cessato. Mi inoltrai tra le piante guidato da Manuela che, dal balcone, aveva seguito lo spostarsi dei richiami. Alla fine lo vidi. Aveva gli occhi spiritati, il pelo arruffato e, una volta preso in braccio, continuava a guardarsi attorno agitato: pensai subito che i randagi della colonia dovevano avergli “fatto la festa”. Una gran brutta esperienza, per tutti, ma Ippy era di nuovo tra noi, sano e salvo, questo era l’importante.

CORRI LAMPO!

•maggio 2, 2013 • 2 commenti

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“Corri Lampo!”. E lampo correva “più veloce della luce!”, come voleva il suo amico umano, inseguendo il legno lanciato nell’aria che poi spariva inghiottito nel folto dell’erba. Allora, forse nel ricordo di ricerche troppo lunghe per il suo orgoglio, poco prima che il legno svanisse tra gli alti ciuffi del campo, Lampo passava in un attimo dal galoppo al salto.

Non però un salto in lungo, con il corpo affusolato a siluro per raggiungere il bastone in un ultimo slancio, bensì un rimbalzo su tutte e quattro le corte zampette che così diventavano molle, molle potenti, capaci di spingerlo ad altri rimbalzi in direzione del legno cadente, quasi che Lampo cercasse il dono del volo per poter vedere, oltre il muro del verde, il punto preciso dove il bastone andava a cadere.

La natura non gli aveva donato l’altezza al garrese, ma in compenso un’inesauribile voglia di sfidare il mondo e le sue leggi. Se il legno era lanciato da un dirupo che dominava uno stagno, Lampo partiva a razzo, gettandosi sul sentiero che scendeva brusco e ripido in basso, ed era evidente in lui la certezza di poter raggiungere l’acqua in tempo per azzannare al volo il bastone.

L’arrivare secondo non lo turbava affatto, come se non s’accorgesse nemmeno di guadagnare lo stagno quando il legno era ormai placido a galla. Era come se il gioco non fosse tanto riportare la “preda” all’amico umano, quanto sfidare all’infinito il bastone con la costante e immutata certezza di essere sempre e comunque il più veloce dei due.

MEMORIE ESTIVE

•febbraio 8, 2013 • 5 commenti

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Nell’aria di fine agosto appena lavata dalle piogge

il sole era di quelli che scende sulla terra prepotente

con i raggi che invadono ogni luogo fino negli angoli più bui.

Dai vecchi scuri intarsiati di fessure

il giorno filtrava luminoso

cogliendo alla sprovvista colonne di polvere sospesa.

Un’altra estate passava là fuori per le strade

trainando lenta i mesi non lontani dell’autunno

e l’eco remota dell’inverno

con il suo gelo che in quei giorni roventi

sembrava cosa d’altri mondi.

LA GIOSTRA DI MINA

•gennaio 29, 2013 • 3 commenti

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La prima volta che ho visto Mina sono rimasto di pietra. “Ho un Cane Corso”, mi disse Manuela lungo la strada. “Un gran bel cane, l’ho visto solo in fotografia, mai dal vivo, dev’essere imponente…”, risposi incuriosito. “È simile a un Mastino Napoletano, ma più piccolo e non ha la pelle così lasca, è una femmina si chiama Mina”, aggiunse lei.

Che non fosse un maschio mi tranquillizzò. L’idea che mi ero fatto della razza era di un possente e temibile guardiano da avvicinare con tutte le cautele del caso. Nei pressi del cancello, lasciai andare avanti Manuela, non avevo nessuna intenzione di mettere alla prova l’istinto territoriale di quel cane di fronte un estraneo. Mina non si vedeva, doveva essere dietro la casa, la tensione salì nell’attesa.

Poi eccola spuntare da un cespuglio e con un breve scatto coprire i pochi metri che la separavano dalla padrona: i muscoli definiti e in rilievo, il ventre retratto e il torace profondo disegnavano un corpo che sembrava fuso nel piombo. Gli occhi spalancati e attenti, le orecchie tagliate “a rosetta” – all’epoca si usava così – e le mascelle potenti davano un’espressione forte e fiera al muso squadrato. L’impressione era di trovarsi di fronte a un ibrido tra un cane e un grande felino.

“È bellissima…”, tutto quello che riuscii a dire stupito, mentre Manuela rispondeva alle feste invitando Mina a giocare. In un attimo la belva si trasformò in una cucciolona che faceva l’inchino, mugghiando e gorgogliando per la voglia di fare la lotta. E così fu per qualche secondo. Poi tutta quell’energia ed eccitazione esplosero all’improvviso in una danza scatenata, una sorta di animalesco tributo all’amica e padrona, con salti in tondo dalle zampe anteriori a quelle posteriori, che portarono Mina a girare su se stessa trasformandola in un’elica impazzita. “Ecco fa la giostra!”, disse Manuela divertita.

Io ero ammutolito, non avevo mai visto nulla di simile: un cane-pantera che gira come una trottola era una cosa che andava ben oltre ogni mia curiosità e aspettativa. “Quando è contenta fa sempre così”, aggiunse lei chinandosi e accogliendo in grembo la testa del molosso che andava a raccogliere il suo compenso di coccole.


DOGMI, SEMI-SENTENZE E DUBBI

•dicembre 9, 2012 • 2 commenti

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ripubblico, rivisto e corrotto

Se non erro… sto fermo.

Per quanto allenati la vita è sempre avanti di almeno una lunghezza.

Per convinzione religiosa, se mi baciano, porgo l’altra guancia.

È il tempo a passare, o siamo noi?

Preghiera agnostica: Signore, quando bussi alla mia porta,

dimmi chi sei, io non apro agli sconosciuti.

Can che sbadiglia non dorme.

Il sonno della ragione genera mostri, ma anche l’insonnia non scherza.

Le vere utopie sono le vie di mezzo.

Ma se Gesù fosse morto nel suo letto, davanti a cosa pregheremmo?

Il metronotte è una creatura delle tenebre?

L’ornitologo ipocrita ha la faccia come il cuculo?

L’agente atmosferico è un poliziotto che fa il bello e il cattivo tempo?

I paleontologi sono pieni di scheletri nell’armadio.

Lo stregone aveva ammonito di non accettare caravelle dagli sconosciuti,

ma nessuno degli indios caraibici riuscì a interpretare l’oscura profezia.

Siamo una coppia sadomaso: lei mi tratta male e io le regalo i fiori.

E’ incredibile come il whisky continui  a rovesciarsi nel bicchiere con tutto l’appartamento che avrebbe a disposizione.

Nella malavita organizzata si era diffusa una ventata di modernità, ormai molti erano favorevoli alla connivenza prima dell’affiliazione.

Un mio amico entomologo si è rovinato la vista a furia di osservare l’onanismo nei coleotteri.

La forma più convincente è quella attillata alla sostanza.

La straordinaria biodiversità del pianeta terra fa pensare a una madre natura piuttosto licenziosa.

Le uova di lompo sono un succedaneo del caviale, le etichette lo riportano sempre,

così chi le mangia si ricorda di essere solo il succedaneo di un ricco.

La sperequazione è un’operazione matematica per cui se dividi una data somma fra più fattori, il risultato va tutto a uno e agli altri niente.

Nei film porno tedeschi non capisco mai cosa succede.

Se l’entusiasmo fosse un organo, avrei bisogno di un trapianto.

A furia di leccare francobolli senza protezione sono diventato filatelico.

Odio le lingue morte… l’odore è insopportabile.

Sono un cauto ottimista, confido nella buona sfiga.

La vita è piena di cose meravigliose, anche se ben mimetizzate.

L’erotismo è un mistero: c’è chi si perde in uno sguardo e chi stravede per i piedi, per me la verità sta nel mezzo.

La democrazia è il miglior sistema di governo finché gli altri tacciono.

Meglio soli che con i bicchieri scompagnati.

Come dice il mio medico: “ai postumi l’ardua sentenza!”

LEA… LA LADY REINCARNATA

•agosto 9, 2012 • 2 commenti

Quando avevo dodici anni, i miei mi regalarono un cane. Era una cucciola di Setter inglese che chiamammo Lea, come il Pointer che mio padre aveva avuto da ragazzo. E come per lui allora, Lea mi avrebbe accompagnato per tutta l’adolescenza fino agli anni in cui si diventa grandi. Bianca e nera, picchiettata di macchioline che su un fianco facevano da contorno a una grande macchia scura, aveva occhi dolci e languidi, e una testa che sembrava disegnata. Parenti e amici venivano a farle festa e lei ricambiava, con uno scodinzolio che la investiva tutta, dalla punta della coda alla punta del naso.

Lea per me era una continua scoperta. I guaiti, gli abbai, il seguire nel prato una traccia invisibile per trovare il luogo adatto ai bisognini, l’improvvisa “punta” alle possibili prede, le liti con alcuni cani e il perfetto accordo con altri. Nei giardini sotto casa, Lea mi faceva strada nella natura, attraverso i suoi piccoli e grandi misteri. A volte scappava e non la si trovava più. “Avrà seguito una pista”, diceva allora mio padre alzando sconsolato le braccia. Poi ci mettevamo a cercarla per ore fino oltre il quartiere che confinava coi campi. E allora la vedevamo tornare completamente imbrattata dopo essersi strofinata su qualche lordura per soddisfare i suoi inspiegabili istinti.

Il tempo passava e Lea era diventata grande. Una mattina mi resi conto che nelle consuete feste con cui mi dava il buon giorno c’era qualcosa nuovo. Aveva una strana espressione del muso con le labbra ritratte che mostravano l’intera fila dei denti. Una smorfia strana che in un primo momento poteva sembrare aggressiva, accompagnata com’era da un sordo brontolio. Ma tutto il resto rientrava nei suoi soliti atteggiamenti festosi e, superata la prima sorpresa, mi resi conto che quello era un sorriso, o perlomeno un’ottima imitazione.

Un giorno stavo studiando e Lea era vicino a me che riposava. A un certo punto iniziò a guaire e poi anche a scalciare, tanto che pensai stesse male. Pur lamentandosi però continuava a dormire. Piangeva e si agitava nel sonno: non c’erano dubbi, stava sognando e quello doveva essere un incubo. Lea continuava a stupirmi. Un’altra volta, mentre giocavo con lei, mi lasciai andare a qualche dispetto. Le avrò sottratto il suo osso, oppure avrò imitato senza motivo il ringhiare dei cani, non ricordo. Quello che mi colpì non fu tanto che si allontanasse, stufa per un gioco che divertiva solo me e che durava troppo, ma che accucciandosi qualche metro più in là mi guardasse di sbieco, borbottando qualcosa che sembrava un misto di rabbia e di sdegno.

Cominciai a mettere insieme i suoi comportamenti dagli evidenti connotati umani e mi sembrava impossibile che fossero solo frutto d’imitazione. Avevo sempre considerato Lea come qualcosa di molto diverso da me, ma ora vedevo che in realtà era molto più simile di quanto avessi immaginato. Aveva una conoscenza innata della natura ed era dominata dall’istinto animale. Ma sorrideva se era contenta, sognava quando dormiva e teneva il broncio se la si faceva arrabbiare.

Doveva essere stata umana, e in parte lo era sicuramente ancora. Le sue origini e l’eleganza dei suoi movimenti mi fecero pensare a una Lady, una nobile inglese che doveva aver vissuto in una grande tenuta, cresciuta con l’educazione che si conveniva al suo rango, ma anche abituata fin da ragazza alle battute di caccia e a vivere a contatto con la natura. Una giovane aristocratica di campagna, allegra e vivace, anche se costretta dalla rigida etichetta a controllare i suoi slanci. Una donna che nella sua vita doveva aver sofferto un grande dolore, una pena che si portava dietro anche adesso e che a volte tornava a farsi sentire nel sonno tormentato di Lea.

 

 
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