APPUNTI DI VITA MINUSCOLA

•Luglio 8, 2009 • 10 Commenti

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Tutto sembra immobile, ma è minuscolamente vivo. Con le chele ben puntate in alto lo scorpione fa “follow me” agli insetti di passaggio, mentre un topolino stecchito sul letto di trifoglio è una porchetta deliziosa per le vespe che sciamano dintorno. Messo su qualche micron di troppo, la cicala abbandona sul muretto la pelle ormai strettina: sarà buona per chi ha una taglia in meno. E le formiche, mai stanche d’essere d’esempio, convogliano operose gli avanzi di un panino. Il tutto senza che il ragno (o la ragna?) si distragga dall’infagottar le uova, appena finita una zanzara per spuntino. Nel frattempo dalla pergola salta giù una cavalletta per capire chi sia mai sto gran pezzo di caelifero. Intruso che non sono altro chiedo scusa per l’equivoco e corro a levarmi gli impertinenti pantaloni verdi. L’immenso mondo infinitesimale ha avuto il suo piccolo imprevisto.

LUNGA VITA ALLA SIGNORA

•Luglio 1, 2009 • 19 Commenti

027“Ti ho sempre considerato un dono del Signore, da subito, da quando ho saputo che dovevi nascere. Con tutti i regali che ho ricevuto non posso che accettare queste piccole cose”. Così ha detto mentre con le dita impazienti assediava compulsiva il naso appena rabberciato. Nelle ore passate a fianco del letto d’ospedale, ho raccolto raccomandazioni e assoluzioni per tutti, parole comprensive che benedicono ogni vita, secondo la sua migliore tradizione. E una sequela di dogmi pedagogici, maturati agli albori dell’insegnamento e giunti intatti fino ad oggi, nonostante la comprovata efficacia scassa figli. Preso dall’affetto genuino, che comunque trapelava fra l’etimologia di Ventimiglia e il perché in Francia città si dice ville, ho ascoltato per ore i  frammenti di lezione nell’attesa di cose mai sentite prima, di quelle cose che schiudono gli scrigni più protetti. Poi è arrivato il cambio della guardia. Un’altra sentinella per il naso sanguinante, un altro recipiente per preghiere ed etimologie, un altro dono a farle compagnia.

IL CERCHIO

•Giugno 18, 2009 • 36 Commenti

Mi sembra ieri. Il fuoco è veloce, inarrestabile, divora tutto. Le urla si alzano insieme alle fiamme. Lo straordinario zeppelin, il nostro orgoglio, il più grande oggetto volante mai costruito, è ridotto a uno scheletro fumante. L’LZ 129 Hindenburg era un dirigibile di dimensioni enormi: lungo come due campi di calcio, trasportava un centinaio di persone e raggiungeva la velocità massima di 135 km/h. Aveva già attraversato l’Atlantico più volte e quel viaggio, alle origini pioneristico e avventuroso, stava assumendo i contorni di una placida crociera. Anche l’infiammabile idrogeno, che ne riempiva il corpo consentendone il galleggiamento aereo, era considerato ormai sottomesso e domato dai ritrovati della tecnica. Ma la perfezione è un miraggio. Nonostante le misure di sicurezza, alle 19,25 del 6 maggio 1937, mentre tentiamo l’attracco al pilone di ormeggio della Stazione Aeronavale di Lakehurst nel New Jersey, l’Hindenburg prende fuoco e, nel giro di un minuto, viene completamente distrutto. Ero uno degli ufficiali di bordo, ma non ricordo il mio nome e nemmeno il grado. Ricordo molto poco. Le immagini sono vaghe. È nitido solo il fuoco che si espande e il calore che mi spinge in alto, attraverso l’involucro in fiamme. E poi ancora più su, nell’aria che si fa sempre più fredda. I rumori del disastro diventavano fiochi, mentre la brina mi copre la faccia, le mani e quello che resta della divisa.

Il 7 dicembre del 1941 alle Hawaii era un giorno come un altro. Un giorno appena iniziato per la flotta americana del Pacifico alla fonda nella rada di  Pearl Harbour. Mi trovavo imbarcato sulla corazzata USS Arizona (BB-39) come aiuto cuoco. Avevo vent’anni e la mia pelle era scura, molto scura. Ero un nero e parlavo quel gergo veloce e arrotato come fosse mio da sempre. Ma sapevo bene che soltanto quattro anni prima ero un cittadino tedesco, ufficiale dell’aeronautica a bordo dell’Hinderburg. Quella mattina avevamo appena terminato di servire la colazione e ci apprestavamo al riordino. Alle 7,50 suona l’allarme. La confusione è grande. I megafoni ripetono che “non è un’esercitazione” e nessuno si spiega cosa stia accadendo. Non eravamo in guerra, ci trovavamo nel porto, in territorio americano. Alla fine ci muoviamo e ci precipitiamo disordinatamente in coperta. Mi affaccio all’aperto, sento il rombo degli aerei, li vedo, con il disco rosso sul fianco e sulle ali, sento le prime esplosioni, il crepitare delle armi automatiche, e vedo il fuoco e il fumo nero che si alza dalle altre navi. Non ho il tempo di realizzare cosa succede, una bomba centra l’Arizona. Sfonda ponti e paratie e arriva fino al cuore della corazzata, nel deposito delle munizioni. L’esplosione è spaventosa e le lamiere si contorcono con un fragore che squassa ogni cosa. Lo spostamento d’aria è il pugno di un gigante. L’USS Arizona (BB-39) non esiste più. Vengo sollevato in alto, nel fumo acre della pirite, e ancora più su, oltre i pinnacoli neri e i traccianti.

La notte del capodanno vietnamita del 1968, fra il 30 e il 31 gennaio, l’esercito nordvietnamita e i Viet Cong scatenarono l’offensiva del Têt, un grande attacco a sorpresa contro le più importanti città del Vietnam del Sud. Come ordinato dal generale Vo Nguyen Giap, comandante supremo dell’Armata del Nord, l’antica capitale Huế venne presa d’assalto da dieci battaglioni che in pochi giorni riuscirono quasi a sopraffarne le difese. Insieme ai soldati americani lanciammo un’immediata controffensiva che, infliggendo dure perdite ai nordvietnamiti, li costrinse a barricarsi fra le rovine del palazzo imperiale. Avevo perfettamente presente che 38 anni prima ero stato un ufficiale tedesco a bordo dell’Hinderburg e che 27 anni prima ero un nero americano saltato in aria a Pearl Harbour con la corazzata Arizona. Tutto era nitido, ma senza risposta. Quel volto dai tratti orientali, che scorgevo nei frammenti di vetro sparsi per terra, era contratto per la tensione e dalla sua bocca uscivano urla in una lingua curiosa, che non so come e quando avessi imparato. Un fischio sempre più forte si fa strada nel martellare indistinto della battaglia. La vampata è accecante. Il boato terribile invade il corpo e la mente. Mi sollevo in aria insieme a tutto quello che ho attorno: terra, macerie, armi e munizioni. Una nuvola di fumo e polvere mi accompagna in cielo, mentre l’eco della battaglia si allontana. E il caldo umido si apre a una brezza azzurrina.

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Gli altri grattacieli si affollano in basso. Dal novantaduesimo piano il panorama toglie il respiro e il mondo appare lontano. La promozione a direttore della filiale americana è un balzo in avanti della mia carriera. E ne sono felice. Ma è la foto del nonno che mi sono portato da Colonia il vero motivo di pace in questo momento. Vederlo qui, a New York, a 64 anni dal disastro, mi fa sentire sereno, mi fa capire che il cerchio è chiuso. È incredibile quanto mi somiglia. A fine settembre, appena avrò avviato l’ufficio e sarò più tranquillo, andrò a Lakehurst a deporre un mazzo di fiori.

CURRICULUM VITAE

•Giugno 3, 2009 • 31 Commenti

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Spettabile Consorzio Umano
ho preso luce in pieno boom
una mattina di maggio alle prime luci
dove il toro ascende il segno dei gemelli.
Ultimo di sei mi hanno acclamato in coro
ma a tavola non c’era spazio per dire nulla.
La prima a mancare fu la maestra
e a seguire gli antichi parenti
fino allo zio che ho visto steso nel letto.
Lo guardai come fosse il primo morto
mentre in realtà ne avevo fatti fuori parecchi
con la pistola di lego.
Venne poi la piccola giungla
e l’età delle fate da grandi
quelle che non ti fanno mangiare
e nemmeno dormire la notte.
E l’amico perduto per strada
gli anni spesi a sognare
e quelli caduti a precipizio
nel fondo più fondo.
E la risalita laboriosa e lenta
con l’angustia sempre di cadere.
Così mi ritrovo oggi
a chiedere assunzione a questo cospetto
che a volte mi pare ancora lontano
e forse tale resterà fino a quando
sarà tempo di porgere distinti saluti

DELIRIO DELL’EBBRO DI SOLE

•Maggio 25, 2009 • 31 Commenti

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Butta, cielo, butta.
Infierisci con tutta la forza che hai.
Rovescia quello che hai in serbo
per l’anno a venire.
Colma le strade di bianco
e rendici muti dal gelo.
Ricorda a tutti cosa sai fare
nei mesi d’inverno.
Mostra i muscoli delle tue nubi
e invadi la terra
che ormai secca ogni cosa.
E facci rimpiangere quando sei terso d’estare
e l’aria che porta i profumi cotti dal sole.

MARCO L’EROE

•Maggio 22, 2009 • 13 Commenti

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ripubblico

Gran lanciatore
d’arance dal balcone.
Il più veloce di sempre
a imboccare con il triciclo
la variante del tinello.
Unico al mondo a volare
con un letto a diecimila metri.
Leggendari i suoi duelli
a cavallo di una sedia
e memorabili i caroselli ai giardinetti
fra salti mortali e ovazioni.
Di tutto questo non rimane traccia.
Ma nella vecchia casa
quando il tempo è ancora mite
le blatte si riuniscono in cerchio
alla sera a ricordare quei tempi
e le più giovani si sfidano
con lotte e salti
mettendo le madri
in apprensione.

LE MIE CENTO ANIME

•Maggio 12, 2009 • 28 Commenti

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Non trascuriamo le suole
e quello che ci dicono
calpestando il quasi omonimo suolo.
A volte ci restituiscono più di un eco.
E capita allora di vedere i sogni più scontati
e gli sbertucciamenti disillusi
o forse solo il lampo di un attimo
accompagnato dal vino dolcemente.
Calcare le scene come un dio
strafottere la vita e i suoi angoli migliori
sfrigolare davanti a un pubblico osannante
o salvare vite per eroica dedizione
acclamato fra gli acclamati.
Ma anche scivolare in basso senza alcun pudore
pantegana fra le pantegane
sguazzando nei sudici rigagnoli
cantando odi all’Emmental bucato
corteggiando instancabile le zoccole adorate
scalpiccianti sull’orlo della darsena.
E comunque sorridere al risveglio.

NEL BUIO CHE FONDE

•Maggio 7, 2009 • 11 Commenti

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Sono entrato nei boschi delle tue parole
c’era una timida brezza
mescolata a raffiche di cose da dire.
Ho scostato i licheni dei sorrisi quotidiani
e ho scorto le ferite chiuse e quelle aperte.
Le ho accarezzate tutte
sapendo che non hanno colpe
e quanta bellezza nasce
a volte dal dolore.
Mi sono arrampicato sul pendio delle tue braccia
e ho spiato nei tuoi occhi le cose di ogni giorno
fra i capelli il passato e i pensieri più profondi.
Mi sono raggomitolato lì sulle tue spalle:
ero a casa in un luogo sconosciuto.
Il buio poi ci ha fuso insieme
a tutto quello che c’era attorno.

DOGMI, SEMI-SENTENZE E DUBBI

•Maggio 5, 2009 • 12 Commenti

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Se non erro, sto fermo.

Per quanto allenati, la vita è sempre avanti di almeno una lunghezza.

Per convinzione religiosa, se mi baciano, porgo l’altra guancia.

È il tempo a passare, o siamo noi?

Can che sbadiglia non dorme.

Il sonno della ragione genera mostri, ma anche l’insonnia non scherza.

Le vere utopie sono le vie di mezzo.

Ma se Gesù fosse morto nel suo letto, davanti a cosa pregheremmo?

Il metronotte è una creatura delle tenebre?

Uno stregone aveva ammonito di non accettare caravelle dagli sconosciuti. Ma nessuno dei futuri indios caraibici riuscì a interpretare l’oscura profezia.

Siamo una coppia sadomaso: lei mi tratta male e io le regalo i fiori.

L’agente atmosferico è un poliziotto che fa il bello e il cattivo tempo?

Abbiamo tutti scheletri nell’armadio, soprattutto i paleontologi.

Le uova di lompo sono un succedaneo del caviale. Le etichette lo riportano sempre, così chi le mangia si ricorda di essere solo un surrogato di miliardario.

La sperequazione è un’operazione matematica per cui se dividi una data somma fra più fattori, il risultato va tutto a uno e agli altri niente.

Se l’entusiasmo fosse un organo, avrei bisogno di un trapianto.

A furia di leccare francobolli senza protezione sono diventato filatelico.

Odio le lingue morte… il puzzo è insopportabile.

Sono un cauto ottimista, confido nella buona sfiga.

La vita è piena di cose meravigliose, anche se ben mimetizzate.

Come dice il mio medico: “ai postumi l’ardua sentenza!”

L’ODORE DEL SAPERE

•Aprile 29, 2009 • 31 Commenti

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Il parlare da solo con lo sguardo rapito e ispirato era il primo segno della sua follia. I due abiti sgualciti e bisunti, che si alternavano incuranti delle stagioni, ne confermavano lo stato di abbandono. Il corpo sformato esalava un sentore di stantio, e quando entrava in classe quell’odore pungente di cosa dimenticata non lasciava spazio alla compassione. Non esisteva un’antologia all’altezza delle sue lezioni di italiano, servivano gli appunti che da decenni ripeteva a classi ammutolite dal puzzo e dallo sconcerto per le vicende raccontate. Le grosse dita sfilavano l’elastico e dalle pagine ingiallite scaturiva una letteratura che sembrava spiegata dal Barone di Münchausen. Venivamo così a sapere “della forza sovrumana di Leon Battista Alberti, che una volta salvò la vita a una persona fermando un cavallo in corsa…”, ma anche che “nel periodo romantico non era raro per i contadini tedeschi, dopo una giornata di lavoro nei campi, dedicarsi alle traduzioni dal greco e a commenti filologici dei testi classici”. Per fortuna non mancavano richiami all’attualità che ci permettevano di mantenere un buon contatto con la realtà: “ieri sera ero al bar con il capo della malavita di Porta Venezia che mi spiegava come per lui questo sia il migliore dei mondi possibile”, oppure, “l’altro giorno parlavo con il sindaco di Boston e si discuteva sull’assurdità di seppellire i morti nei paesi del terzo mondo: sono tutte proteine che potrebbero risolvere il problema della fame, che diamine!” . Nonostante il posto in prima fila, che mi veniva imposto per la comprovata tendenza a riparare nel nirvana, in quelle ore riuscivo comunque a fuggire nei miei mondi. Ma non potevo fare a meno di tornare quando la lezione toccava picchi così alti da rendere impossibile estraniarsi.