Fra la sponda del letto e la tappezzeria reticolata, i fiumi scendevano a oriente ricchi di pesci e d’avventura, nel crespo alveo della moquette, che instancabile raccoglieva l’infinita polvere e gli smisurati sogni delle nostre vite in erba.
Sotto il cielo bianco latte, memore di tempere odorose, i panzer avanzavano immobili sul sentiero di foglie sbriciolate, che si snodava breve fra le case diroccate e poi svaniva oltre il brusco pendio del mobile.
Se non fosse per i tanti caduti fra le mosche, che sui vetri luminosi trovavano le ombre sotto i colpi della mia pistola ad aria, quelli sarebbero stati tempi ancora puri, solo di fantasie leggere, dove la morte resta un gioco, da cui si torna sempre.
Da anni il taglio dei suoi abiti non incontrava il gusto corrente. Il gessato dalle righe spesse sul panno tortora o fumo aveva evidentemente fatto il suo tempo. Ma la fama che quel capo gli aveva donato gli impediva qualsiasi altra creazione. Non era capace di realizzare un abito che avesse anche solo un dettaglio diverso. Quando andava a comprare i tessuti, si riprometteva di scegliere altri toni e colori. Quando metteva mano alla forbice e al metro, s’imponeva di seguire nuove linee e misure. Ma quando il manichino riempiva il lavoro finito, un nuovo gessato dalle righe spesse sul panno tortora o fumo era pronto per restare invenduto. Il piacere e il gusto del vino furono allora la via più naturale per non avvilirsi e pensare al destino. Da due bicchieri a quattro il passo è breve. Poi la bottiglia ti invita a svuotarla del tutto. E la vita continua così, sorso su sorso. Un giorno suona la porta. Un camion ha planato nel fango decorando di schizzi il signore distinto che ora chiede con urgenza un abito fatto e finito. L’appuntamento d’affari non ammette ritardo. Passano due settimane e il gessato dalle righe oblique e ondulate, su quel panno dagli inimitabili riflessi violacei – “sembrano macchie di vino!”, ripete invidioso qualche collega – diviene l’unico abito in voga.
Abitante della solitudine
in pomeriggi estivi pregavo la pioggia
per sentire di non perder nulla.
E nell’attesa
consumando giorni uguali
di nuovo mi trovavo
sotto piogge non pregate
dove agosto muore
sul ciglio dell’estate.
Il mondo è tutto un litigio e un giorno il destino vuole che anche Giacomo Peloruvidoscarno e Giovanni Lipidolisciorotondo debbano alla fine scontrarsi. Tutto avviene in un vicolo angusto. Giacomo Peloruvidoscarno lamenta l’invadenza di Giovanni Lipidolisciorotondo: “è indiscutibile, sei morbido al tatto, ma rimani di una mole mostruosa che invade ogni spazio!”. Di rimando, Giovanni Lipidolisciorotondo, pur ammesso il volume più urbano dell’altro, contesta a Giacomo Peloruvidoscarno il rabbioso prurito che si prova al solo sfiorare il suo pelo: “sei snello, lo ammetto, ma con quei rovi che sbuffi dai polsi e dal collo tormenti ogni povero cristo che incontri!”. La vertenza monta fra inviti a rigide diete e a drastici tagli, rinfacci, ripicche, chiamate in correo di madri e defunti. Il bisticcio va avanti per ore e non sembra giungere a nulla. Senonchè arriva sul posto Gegia Pelolipidoruvidoliscia che ben conosce le ragioni di ognuno e le presenta all’altro nel modo opportuno. Giacomo Peloruvidoscarno e Giovanni Lipidolisciorotondo fanno allora la pace e, cessato lo scontro, passano e ripassano allegri e senza più attriti nel vicolo angusto. “In realtà ho sempre invidiato il tuo essere così liscio e rotondo!”, ammette arrossendo Giacomo Peloruvidoscarno. E subito, con un dolce sorriso, risponde Giovanni Lipidolisciorotondo: “Non dirlo a me, sapessi quanto vorrei essere ruvido e scarno!”. Segue un lungo abbraccio. Giacomo Peloruvidoscarno si distende attorno a Giovanni Lipidolisciorotondo e in pochi attimi il pelo infeltrito si mescola all’adipe liscio. La fusione è perfetta. Alla vista del neonato Giagi Ruvidopelolisciolipido, Gegia Pelolipidoruvidoliscia emette un lungo sospiro, ansima, geme, balbetta e si porta alla fronte la grossa mano villosa. È amore. Giagi e Gegia si strusciano, strippano, districano, incastrano e dopo nove mesi è un tripudio di peli e lipidi. Passa solo qualche anno e nel mondo la pace trionfa sotto un vello opulento che annulla ogni lite.
Era il giugno del ‘74 e mancavano pochi giorni all’esame di quinta elementare. Qualche ansia dovevo averla e mia sorella maggiore mi prese in carico per distrarmi un po’. In quei giorni al Parco Lambro si teneva il festival di Re Nudo, che allora non avevo ben chiaro cosa fosse, ma oggi, complice Wikipedia, so che si trattava di “una delle principali riviste italiane dedicate alla controcultura e alla controinformazione”. Andare a un raduno così trasgressivo mi eccitava: sembrava schiudere un mondo nuovo, ammiccante, e proprio nel momento in cui mi affacciavo alla media con le sue promesse di vita adulta. La politica e il sociale allora erano preponderanti e non lasciavano indenni le stanze e le aule dei bambini. C’era appena stato il referendum sul divorzio, che già mi aveva coinvolto portandomi a un netto schieramento per il no, e ora l’ingresso al festival fra corpi nudi e seminudi consacrava la mia maturità incipiente. Più di un accoppiamento probabilmente era in corso sotto le tende o nei sacchi a pelo all’aria aperta, ma certo mia sorella fu abile a pilotarmi in percorsi senza lombi in movimento. L’amore libero non mi ha mai sfiorato neanche lo sguardo. L’atmosfera era quella di un allegro bivacco che voleva fuggire ogni convenzione anche nelle più piccole pratiche quotidiane. Come una palla da rugby, di mano in mano, girava un pollo pronto per l’arrosto. Non sapevano come cuocerlo e per qualche attimo rimase incerta la sua sorte. Poi l’attenzione di qualcuno cadde su una branda di ferro, portata lì immagino da un tadizionalista che pensava di dormirci. L’intreccio di fili metallici colpì l’immaginazione controcorrente. E poco dopo il pollo alla branda era sul fuoco a sfrigolare.
Ci incontrammo nelle brume d’inverno
che nascondono le cose
agli occhi degli uomini.
Le parole uscivano a fatica
dalle bocche non abituate.
Sussurri stenti e mugugni masticati
aprivano spiragli sui cuori sorpresi allo scoperto.
Il rossore squarciava il grigio nei paraggi
e le voci incerte liberavano rondini
che fanno primavera.
Tutto sembra immobile, ma è minuscolamente vivo. Con le chele ben puntate in alto lo scorpione fa “follow me” agli insetti di passaggio, mentre un topolino stecchito sul letto di trifoglio è una porchetta deliziosa per le vespe che sciamano dintorno. Messo su qualche micron di troppo, la cicala abbandona sul muretto la pelle ormai strettina: sarà buona per chi ha una taglia in meno. E le formiche, mai stanche d’essere d’esempio, convogliano operose gli avanzi di un panino. Il tutto senza che il ragno (o la ragna?) si distragga dall’infagottar le uova, appena finita una zanzara per spuntino. Nel frattempo dalla pergola salta giù una cavalletta per capire chi sia mai sto gran pezzo di caelifero. Intruso che non sono altro chiedo scusa per l’equivoco e corro a levarmi gli impertinenti pantaloni verdi. L’immenso mondo infinitesimale ha avuto il suo piccolo imprevisto.
“Ti ho sempre considerato un dono del Signore, da subito, da quando ho saputo che dovevi nascere. Con tutti i regali che ho ricevuto non posso che accettare queste piccole cose”. Così ha detto mentre con le dita impazienti assediava compulsiva il naso appena rabberciato. Nelle ore passate a fianco del letto d’ospedale, ho raccolto raccomandazioni e assoluzioni per tutti, parole comprensive che benedicono ogni vita, secondo la sua migliore tradizione. E una sequela di dogmi pedagogici, maturati agli albori dell’insegnamento e giunti intatti fino ad oggi, nonostante la comprovata efficacia scassa figli. Preso dall’affetto genuino, che comunque trapelava fra l’etimologia di Ventimiglia e il perché in Francia città si dice ville, ho ascoltato per ore i frammenti di lezione nell’attesa di cose mai sentite prima, di quelle cose che schiudono gli scrigni più protetti. Poi è arrivato il cambio della guardia. Un’altra sentinella per il naso sanguinante, un altro recipiente per preghiere ed etimologie, un altro dono a farle compagnia.
Mi sembra ieri. Il fuoco è veloce, inarrestabile, divora tutto. Le urla si alzano insieme alle fiamme. Lo straordinario zeppelin, il nostro orgoglio, il più grande oggetto volante mai costruito, è ridotto a uno scheletro fumante. L’LZ 129 Hindenburg era un dirigibile di dimensioni enormi: lungo come due campi di calcio, trasportava un centinaio di persone e raggiungeva la velocità massima di 135 km/h. Aveva già attraversato l’Atlantico più volte e quel viaggio, alle origini pioneristico e avventuroso, stava assumendo i contorni di una placida crociera. Anche l’infiammabile idrogeno, che ne riempiva il corpo consentendone il galleggiamento aereo, era considerato ormai sottomesso e domato dai ritrovati della tecnica. Ma la perfezione è un miraggio. Nonostante le misure di sicurezza, alle 19,25 del 6 maggio 1937, mentre tentiamo l’attracco al pilone di ormeggio della Stazione Aeronavale di Lakehurst nel New Jersey, l’Hindenburg prende fuoco e, nel giro di un minuto, viene completamente distrutto. Ero uno degli ufficiali di bordo, ma non ricordo il mio nome e nemmeno il grado. Ricordo molto poco. Le immagini sono vaghe. È nitido solo il fuoco che si espande e il calore che mi spinge in alto, attraverso l’involucro in fiamme. E poi ancora più su, nell’aria che si fa sempre più fredda. I rumori del disastro diventavano fiochi, mentre la brina mi copre la faccia, le mani e quello che resta della divisa.
Il 7 dicembre del 1941 alle Hawaii era un giorno come un altro. Un giorno appena iniziato per la flotta americana del Pacifico alla fonda nella rada di Pearl Harbour. Mi trovavo imbarcato sulla corazzata USS Arizona (BB-39) come aiuto cuoco. Avevo vent’anni e la mia pelle era scura, molto scura. Ero un nero e parlavo quel gergo veloce e arrotato come fosse mio da sempre. Ma sapevo bene che soltanto quattro anni prima ero un cittadino tedesco, ufficiale dell’aeronautica a bordo dell’Hinderburg. Quella mattina avevamo appena terminato di servire la colazione e ci apprestavamo al riordino. Alle 7,50 suona l’allarme. La confusione è grande. I megafoni ripetono che “non è un’esercitazione” e nessuno si spiega cosa stia accadendo. Non eravamo in guerra, ci trovavamo nel porto, in territorio americano. Alla fine ci muoviamo e ci precipitiamo disordinatamente in coperta. Mi affaccio all’aperto, sento il rombo degli aerei, li vedo, con il disco rosso sul fianco e sulle ali, sento le prime esplosioni, il crepitare delle armi automatiche, e vedo il fuoco e il fumo nero che si alza dalle altre navi. Non ho il tempo di realizzare cosa succede, una bomba centra l’Arizona. Sfonda ponti e paratie e arriva fino al cuore della corazzata, nel deposito delle munizioni. L’esplosione è spaventosa e le lamiere si contorcono con un fragore che squassa ogni cosa. Lo spostamento d’aria è il pugno di un gigante. L’USS Arizona (BB-39) non esiste più. Vengo sollevato in alto, nel fumo acre della pirite, e ancora più su, oltre i pinnacoli neri e i traccianti.
La notte del capodanno vietnamita del 1968, fra il 30 e il 31 gennaio, l’esercito nordvietnamita e i Viet Cong scatenarono l’offensiva del Têt, un grande attacco a sorpresa contro le più importanti città del Vietnam del Sud. Come ordinato dal generale Vo Nguyen Giap, comandante supremo dell’Armata del Nord, l’antica capitale Huế venne presa d’assalto da dieci battaglioni che in pochi giorni riuscirono quasi a sopraffarne le difese. Insieme ai soldati americani lanciammo un’immediata controffensiva che, infliggendo dure perdite ai nordvietnamiti, li costrinse a barricarsi fra le rovine del palazzo imperiale. Avevo perfettamente presente che 38 anni prima ero stato un ufficiale tedesco a bordo dell’Hinderburg e che 27 anni prima ero un nero americano saltato in aria a Pearl Harbour con la corazzata Arizona. Tutto era nitido, ma senza risposta. Quel volto dai tratti orientali, che scorgevo nei frammenti di vetro sparsi per terra, era contratto per la tensione e dalla sua bocca uscivano urla in una lingua curiosa, che non so come e quando avessi imparato. Un fischio sempre più forte si fa strada nel martellare indistinto della battaglia. La vampata è accecante. Il boato terribile invade il corpo e la mente. Mi sollevo in aria insieme a tutto quello che ho attorno: terra, macerie, armi e munizioni. Una nuvola di fumo e polvere mi accompagna in cielo, mentre l’eco della battaglia si allontana. E il caldo umido si apre a una brezza azzurrina.
Gli altri grattacieli si affollano in basso. Dal novantaduesimo piano il panorama toglie il respiro e il mondo appare lontano. La promozione a direttore della filiale americana è un balzo in avanti della mia carriera. E ne sono felice. Ma è la foto del nonno che mi sono portato da Colonia il vero motivo di pace in questo momento. Vederlo qui, a New York, a 64 anni dal disastro, mi fa sentire sereno, mi fa capire che il cerchio è chiuso. È incredibile quanto mi somiglia. A fine settembre, appena avrò avviato l’ufficio e sarò più tranquillo, andrò a Lakehurst a deporre un mazzo di fiori.
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