RITORNO A CASA

•marzo 30, 2012 • 9 commenti

Il gelo allentava la presa e nella volta plumbea del cielo si aprivano sottili fessure di azzurro. All’interno delle immense voliere gli stormi di icewings migravano verso Nord, accompagnati dal muggito delle lethargcows che saliva cupo e stanco dai recinti. L’aria fresca portava il profumo dei peschi di Saturno che spuntavano regolari sopra i filari abbaglianti delle forsizie di Venere. La stagione fredda era alla fine.

Gli animali e le piante della galassia richiamavano molti visitatori, ma era la ricostruzione di Venezia a essere ormai da trent’anni la più grande attrazione del parco. Con l’approssimarsi della primavera, migliaia di turisti provenienti da ogni pianeta si accalcavano attorno a Little Venice per ammirare lo spettacolo che ogni anno si ripeteva puntuale ai primi caldi.

Sotto gli sguardi trepidanti del pubblico, il livello dell’acqua che lambiva le calli e i palazzi si abbassava lentamente. Il liquido si ritirava dalla città e andava ad addensarsi nella laguna dove, divenuto asciutto ma ancora duttile come la creta, si alzava a formare un tumulo che mutava sotto gli occhi degli spettatori, come plasmato su un tornio da un artista invisibile. Dalla materia informe spuntava una testa, si definiva un busto, comparivano arti, mani, dita e alla fine, in un tripudio di urla e di applausi, prendeva vita un corpo umano.

L’Uomo Laguna, come veniva chiamato dalla gente, aveva sempre vissuto così. Non era mai stato nel mondo e non sapeva nulla di sé e delle sue origini. Era stato educato a considerare normale, per lui, quella particolare condizione di vita. Una volta tornato umano, veniva condotto dal guardiano del parco in quella che diveniva la sua casa. E qui restava dall’inizio della primavera fino all’autunno inoltrato quando, con l’approssimarsi del gelo, tornava a dare spettacolo sciogliendosi a poco a poco nei canali di Venezia.

In quei giorni di tardo inverno si sentiva ancora liquido, ma percepiva la crescente densità del suo essere. Le monete gettate dai turisti scendevano più lente verso il fondo e le gondole comandate dai bambini ci mettevano più tempo ad attraversare il bacino di San Marco. Il caldo avanzava e il suo corpo si approssimava alla nuova rinascita, giorno dopo giorno. E, ancora una volta, tutto andò come sempre: tra grida e battiti di mani le acque di Little Venice si trasformarono in The Lagoon’s Man.

Alla fine dello spettacolo però non c’era ad attenderlo il solito guardiano, colpito qualche giorno prima da un infarto, ma un giovane dall’aria svogliata che lo accompagnò frettolosamente a casa, lasciandolo fra quelle mura dove non si era mai trovato solo. Non aveva mai provato nulla di simile. Si sentiva smarrito, disperato, quell’uomo taciturno non gli aveva mai dato molto, ma era comunque la sua famiglia, l’unico tramite tra lui e gli altri. L’Uomo Laguna passò qualche giorno relegato nei suoi spazi, come era stato abituato, poi non udendo nessuno muoversi al di là della porta, iniziò a esplorare la casa disabitata.

Ogni stanza si apriva come un mondo nuovo tutto da scoprire, costellata com’era di oggetti misteriosi e affascinanti, che guardava a lungo, intensamente, senza osare avvicinarsi, ansimando eccitato per il mistero che si celava in ogni angolo, in ogni armadio, in ogni cassetto. Lo sguardo infine gli cadde sulla libreria. Un grosso faldone aveva sulla costa un’etichetta: The Lagoon’s Man.

Dopo qualche attimo di esitazione, prese il faldone e lo aprì su un tavolo vicino. Referti medici, radiografie, analisi e altri esami testimoniavano un monitoraggio che si compiva su di lui da molto tempo: i documenti più vecchi erano di oltre trent’anni prima. Stava cercando di capire qualcosa di quelle carte quando si trovò in mano la foto di un neonato. L’immagine era sbiadita e, poco dopo il contatto con le sue dita, scomparve lasciando emergere un testo scritto a mano che portava la data dei primi documenti.

“Carissimo, non ho avuto tempo di darti un nome, ti hanno portato via subito da me e temo che non ti vedrò più. Queste parole che scrivo di nascosto sono la mia unica speranza, solo tu potrai leggerle, anche se non so come e quando potrai farlo. L’anno scorso ho guidato una missione scientifica su Ykxòs, un pianeta che studiavamo da tempo per valutare la possibilità di stabilirvi una colonia. Un pianeta che non riuscivamo a comprendere, cosparso com’è di laghi che non ghiacciano mai, nonostante il suolo sia attanagliato da un gelo perenne. Poco dopo essere scesi sulla sua superficie, la nostra attrezzatura si rivelò subito insufficiente per quel clima terribile. I miei compagni morirono nel giro di poco e io feci appena in tempo a lanciare l’allarme. Stavo morendo assiderato quando il lago vicino mi sommerse. Ripresi conoscenza mentre venivo tratto in salvo dalla missione di soccorso, era passato un mese dalla ricezione della mia richiesta d’aiuto. Mi dissero che il lago si era ritirato al loro arrivo e così mi avevano trovato, privo di sensi ma vivo. Ma i misteri di Ykxòs non erano finiti. Una volta a bordo dell’astronave, avvenne un altro fatto ancora più inspiegabile. Del liquido rimasto in una tasca della mia tuta si rapprese velocemente e, nel giro di pochi secondi, prese le forme di un neonato che si mise a strillare come appena uscito dal ventre della madre. Quel bimbo eri tu. La sorpresa e il clamore sono stati enormi e attorno a te si è creato un comprensibile interesse scientifico, che tuttavia ha mostrato subito il rischio delle peggiori derive. E così, esame dopo esame, ti hanno allontanato da me. Le mie condizioni di salute sono in continuo peggioramento e non sono riuscito a difenderti. Quello che posso fare ora è lasciarti questo messaggio, non solo per farti sapere chi sei ma anche per darti una via di scampo, non vedo un futuro sereno per te sulla terra. Da qui a qualche anno si moltiplicheranno le spedizioni per Ykxòs, è un pianeta ricco di risorse che attira gli interessi di molti. Dovunque tu sia, appena tu possa, trova modo si partecipare a una spedizione e torna lassù, a casa tua. Non riesco a scriverti altro, sii felice, ti abbraccio, Ibrahim Von Clausewitz”.

Si approssimava l’inverno e, da pochi giorni, l’Uomo Laguna si era liquefatto nella piccola Venezia tra il tripudio della folla. Il nuovo guardiano stava compiendo il consueto giro del mattino nei viali tra le gabbie, i recinti e le voliere. Tutto sembrava pronto per il lungo risposo. A un primo passaggio la mancanza di riflessi non destò alcun sospetto ma, sulla via del ritorno, il guardiano si accorse che dalla laguna non proveniva alcun riverbero. Dell’acqua non c’era più traccia, Venezia e le sue isole erano all’asciutto come d’estate. Un’affannosa ricerca portò alla scoperta di un buco scavato sul fondo di un canale al centro della città. The Lagoon’s Man era disperso, finito nella falda sottostante, acqua tra le acque che andavano a finire nel fiume, a valle, dove la moderna stazione per le spedizioni intergalattiche disegnava da poco un nuovo profilo del cielo.

LA RESA DEI CONTI

•febbraio 7, 2012 • 23 commenti

Un giorno di questi

mi straccerò i vestiti e mi darò alla fuga.

Dal balcone in un balzo sarò in strada

e poi via di lampione in lampione

fino ai giardinetti della piscina Ponzio.

Lì vivrò di raccolta

nascosto tra i cespugli

per sottrarmi agli occhi degli altri.

Mangerò bacche e gatte pelose

passando il tempo a lenirmi la lingua.

E quando il corpo reclamerà più proteine

lancerò agguati ai piccioni

dallo scivolo all’altalena

inseguendoli anche fra i rami più alti degli ippocastani.

Ma non durerà molto

e presto sarò stanco di questa angusta riserva.

Allora strapperò un ramo robusto

e brandendolo come una clava

mi getterò furioso nel caos cittadino

menando colpi alle auto e agli scooter

odiose zanzare.

Vestito solo di un gonnellino di cravatte

piomberò urlando in piazzale Loreto

e da qui per Corso Buenos Aires

mi inoltrerò alla volta del Duomo

intimando a tutti di lasciare il mio territorio.

Raggiunta la spianata lassù tra le guglie

salirò ai piedi della Madonnina

e finalmente troverò pace

godendomi la vista delle strade deserte

e la distesa dei tetti che porta lo sguardo lontano.

L’ORA BUIA

•gennaio 24, 2012 • 11 commenti

L’altra sera inseguivo le pecore

che, come sai, non ne vogliono sapere di farsi contare.

Senza le briglie del giorno i pensieri prendono forza

e iniziano a muoversi in cerchio

come foglie in angoli di strada.

Nel buio privo di ostacoli, tutto si avvicina, torna presente

e non so più

se i ricordi vogliono entrare o vogliono uscire.

2012

•gennaio 2, 2012 • 8 commenti

E quindi eccoci alla fine del mondo. In fondo si trattava solo della crisi del debito, del disincanto sull’euro, qualche tassa in più da pagare, una satira sicuramente meno ispirata… ma forse, più di tutto, del dilagare delle massaggerie cinesi a ogni angolo di strada.

La realtà si conferma così, ancora una volta, più prosaica e meno terrificante di quanto ogni millenarismo abbia mai prospettato. I calendaristi Maya avranno percepito delle inquietanti vibrazioni provenire da questa nostra epoca: qualcosa di inconsueto, in crescita esponenziale, simile a uno scricchiolio che prorompe in un frastuono accompagnato da gemiti e urla senza fine. E, di fronte a un fenomeno tanto inspiegabile, avranno preferito peccare in eccesso che in difetto.

Anche perché il calendario Maya sarà pure in unica copia, ma scalpellarlo nella dura roccia è un lavoraccio che si giustifica solo se poi c’è il botto. Nel dubbio, dunque, meglio spararla grossa, che funziona sempre. D’altra parte, anche se avessero scoperto la vera causa di tanto sconquasso, non avrebbero prognosticato diversamente.

Abbiamo bisogno di mito, anche a costo di esserne terrorizzati, ne abbiamo bisogno come del pane e dell’aria: è la tensione al sovrumano che ci fa andare avanti. L’assoluto nobilita le nostre povere membra.

Come avrebbe fatto l’umanità ad arrivare fino ad oggi, se avesse saputo che tutto quel vibrare e sussultare, tutto quel gemere e stridere di denti, capace di abbattere le barriere del tempo e giungere attraverso i secoli fino ai Maya, non era il segnale incontrovertibile della fine del mondo, ma il grandioso boom del massaggio romantico? Quale magnetico catalizzatore sarebbe stato per le nostre anime il moltiplicarsi alla n di pippe a buon mercato?

DÉJÀ VU

•agosto 22, 2011 • 8 commenti

ripubblico

Via XX Settembre corre austera ed elegante da piazza della Conciliazione a una delle poche salite di Milano, che su Google Maps scopro trattarsi di Via Pietro e Maria Curie. Resa necessaria per lo scavalco dei binari che portano alla stazione di Cadorna, la salita si svolge in due tornanti speculari che abbracciano del verde contornato da motivi in cemento Belle Époque. Proprio qui, forse in fase di discesa, una sera mi trovavo a passare senza meta, in compagnia di un amico spaesato quanto me. La Fiesta rutticchiava svogliata, quasi consapevole dell’inutile girare, mentre noi si piazzava parole sfuse in libertà. Il “grattacielo” è lì nei pressi, con i suoi venti piani e più, monumento al boom anni ’60 che si innalza tra palazzi d’altri tempi. La zona non la bazzicavo, se non di rado, e così non lo avevo mai notato. Mi colse alla sprovvista. Chiesi di fermarci e gli andammo incontro a piedi. L’aria era tiepida e accogliente. Il luogo inspiegabilmente familiare. “Provo una sensazione di già vissuto”, mi azzardai a dire. E un grugnito sottolineò l’interesse che avevo suscitato. Giorni dopo, ancora pervaso da quella sottile e pallida emozione, raccontai il fatto a mia madre. “Pensa”, mi rispose con un sorriso divertito, “in quel palazzo c’era l’ambulatorio del mio ginecologo, quando ti aspettavo, ci sono stata la sera prima che tu nascessi”. La immaginai come un sommergibile e io dentro che sbirciavo il mondo con il periscopio.

IL SEGNO DI ZORRO

•aprile 28, 2011 • 8 commenti

Le suore bianche erano molto più che bianche: erano eteree. E tutto quello che le circondava era dolcemente rarefatto, a iniziare dal portone in strada, di un nocciola morbido, quasi liquido, che si stemperava in muri docili e chiari. Entravo nell’androne e ai miei occhi si apriva un mondo tenue e impalpabile, una nuvola bianca di soavissime graniglie e marmi candidi. La luce dei vetri smerigliati rendeva delicata ogni ombra e i pochi scalini portavano là dove tutto era buono. Delle suore bianche non ricordo alcun viso e alcun nome, forse perché non avevano né l’uno né l’altro. E non ricordo altri bambini all’infuori di me. Tutto era come protetto da una carta velina: solo i chiodini di plastica, che infilavo eccitato in una griglia bianchissima, esplodevano di colori vivaci, tinte forti e accese, come punture di vita inebriante. Vennero poi le suore nere. E fu tutto diverso. L’asilo non sfumava nel cielo tra le foglie: era grigio e scuro, dai contorni marcati e spigolosi, circondato da una cancellata che era quasi un monito, un avvertimento. Per entrare non bastavano pochi gradini, si salivano scale estenuanti e si veniva consegnati alla suora di turno, anch’essa scura e spigolosa, dai contorni netti e definiti. E di ogni suora nera riconoscevo la faccia e ricordavo il nome, sapendo che non erano tutte uguali: una comandava ed era quella di cui avere più paura. Ci perquisiva per scoprire giochi abusivi, lanciava occhiate severe e riprendeva aspramente chi non sapeva le preghiere a memoria. Qui ricordo gli altri bambini. E sopra tutti ricordo Diego. Diego il più bravo. Diego il più bello. Diego che aveva tutti gli occhi per sé, con quel suo vestito da Zorro. Ecco ora mancava qualcosa: dovevo ricordare le preghiere a memoria e volevo avere quel vestito da Zorro. Le suore bianche erano state un inganno.

OLTRE IL CONFINE

•febbraio 15, 2011 • 10 commenti

ripubblico

Fra la sponda del letto e la tappezzeria reticolata, i fiumi scendevano a oriente ricchi di pesci e d’avventura, nel crespo alveo della moquette, che instancabile raccoglieva l’infinita polvere e gli smisurati sogni delle nostre vite in erba.

Sotto il cielo bianco latte, memore di tempere odorose, i panzer avanzavano immobili sul sentiero di foglie sbriciolate, che si snodava breve fra le case diroccate e poi svaniva oltre il brusco pendio del mobile.

Se non fosse per i tanti caduti fra le mosche, che sui vetri luminosi trovavano le ombre sotto i colpi della mia pistola ad aria, quelli sarebbero stati tempi ancora puri, solo di fantasie leggere, dove la morte resta un gioco, da cui si torna sempre.

 

 
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