QUESTO è BENE

•Dicembre 27, 2009 • 6 Commenti

“Che Babbo Natale e tutti i santi dello zodiaco siano sempre con tutti voi!”, disse il Kutiano con tono cordiale ai piccoli uomini che si trovò attorno appena messo piede sulla terra. Colti alla sprovvista da quella improvvisa apparizione, i Nutit non fecero in tempo a scomparire nel bosco e nemmeno a fingersi giocattoli dimenticati, come usavano fare quando venivano sorpresi dagli dei. Quegli esseri avevano sembianze umane, ma al Kutiano apparve evidente che erano troppo piccoli per essere uomini. “Probabili gnomi”, commentò l’esplicatore. Un’impressione analoga la ebbero i Nutit. Anche se quell’essere aveva sembianze divine, apparve chiaro che c’era in lui qualcosa di diverso: “viene da lontano, nel tempo”, commentò in trance lo sciamano.

In quei giorni da Kute partivano numerose missioni alla volta del passato terrestre nello spasmodico tentativo di ricostruire un credo religioso, l’unica via possibile per colmare il vuoto che si era creato sul pianeta. Gli elementi che venivano riportati da più parti andavano formando un’insieme di conoscenze sempre più vasto, ma ancora tutto da dipanare. La distinzione fra bene e male risultò essere comunque uno dei punti fondamentali da chiarire.

Superata la prima sorpresa, i Nutit iniziarono a scambiarsi pareri e impressioni, tranquillizzati dal carattere non strettamente divino di quell’essere curioso. Intanto il Kutiano li osservava e notò che dentro una confezione trasparente, vestita alla maniera umana, giaceva immobile con gli occhi spalancati una di loro. “Probabile rito funebre”, commentò l’esplicatore. “Questo è il nostro addio ad Anata Plank, sacrificata e data in dono agli dei per fermarne l’espansione nei territori dei Nutit”, spiegò lo sciamano. “Probabile male”, commentò l’esplicatore.

Il racconto proseguì mostrando come gli uomini, che questi esseri evidentemente consideravano dei, non solo non erano in grado di essere felici, ma trasmettevano la propria infelicità a chi veniva a contatto con loro. A sentire queste parole, il Kutiano fu preso da sconforto: come potevano gli antichi credi degli infelici antenati terrestri portare la pace su Kute? Lo sciamano percepì lo stato d’animo di quell’essere curioso e aggiunse: “non tutti gli dei sono come ti ho detto”.

Mentre riprendeva la cerimonia di addio ad Anata Plank, una delegazione di Nutit accompagnò il Kutiano presso una costruzione di cui si poteva vedere l’interno attraverso una piccola finestra. Fra un terrestre che si accingeva a parlare e gli altri riuniti più in basso c’era una cassa di legno. Molti avevano gli occhi lucidi, alcuni piangevano. L’esplicatore si astenne da commenti, il kutiano aveva capito.

“Sorelle, fratelli siamo qui per salutare il nostro caro Jorghy. Di lui ricordiamo la grande umanità, il sorriso nei momenti di gioia, la presenza nei momenti difficili. Un amico che portava allegria, un fratello che non negava un aiuto. Gli siamo grati per non aver venduto le sue terre e per aver scelto la vita semplice dei suoi padri nella nostra comunità. Un uomo buono che sentiremo sempre tra noi, che resterà sempre con noi”. Al termine della cerimonia, tutti passarono accanto alla cassa di legno per un ultimo saluto. I Nutit chinarono il capo. “Questo è bene”, commentò l’esplicatore.

VENIAMO IN PACE

•Dicembre 10, 2009 • 18 Commenti
ripubblico

Nell’anno 1560 dalla colonizzazione di Kute, in occasione del consiglio universale telepatico, viene da più parti messa in dubbio l’efficacia del programma “Gioia Infinita e Permanente”. Tutti convengono sulla bontà dei propositi che hanno portato i padri fondatori a varare questo insieme di norme ed è indiscutibile che, pur con alti e bassi, felicità e benessere siano stati garantiti al pianeta per tutti questi anni. Appare però evidente come la popolazione dia ora segni di profonda e crescente inquietudine.

I diritti fondamentali riconosciuti ad ogni cittadino, vincere al lotto tutti i mesi e vivere in stato di perenne innamoramento, dopo i tanti aumenti di dosaggio resi necessari per mantenere intatta la “Gioia Infinita e Permanente”, hanno ormai assuefatto gli animi in modo irreparabile. A quindici secoli dalla fondazione della colonia, si torna a parlare di religione ed esigenze spirituali. E questo anche se ogni testimonianza scritta degli antichi credi è stata distrutta all’epoca del varo del Programma.

Per correre ai ripari, il consiglio universale telepatico delibera una spedizione transtemporale per andare indietro a recuperare precetti, formule, rituali e tutto ciò che serve per colmare il vuoto che si è aperto nel cuore dei kutiani. I membri della spedizione partono carichi di prodotti tipici di Kute da donare agli antenati terrestri in cambio dei preziosi testi sacri.

Nonostante le migliaia di anni percorsi a ritroso, il viaggio è veloce e la spedizione riprende consistenza sulla terra all’interno di quello che l’esplicatore simultaneo definisce “probabile tempio”. Il congegno puntato su ogni oggetto aiuta i kutiani a interpretare l’ambiente circostante: “probabile albero”, “probabili luci votive”, “probabili doni”, “probabili testi sacri”. Non c’è traccia di terrestri. I testi sacri vengono raccolti e al loro posto, sotto l’albero dalle luci di tutti i colori, vengono lasciati i doni portati da Kute.

La spedizione si sposta in un’altra stanza: “probabile refettorio”, “probabile tavolo”, “probabili alimenti”, “probabile iscrizione sacra”. L’oggetto che riporta l’iscrizione viene preso e vicino vengono lasciati altri doni. Poi l’esplicatore segnala improvvisamente: “Presenza terrestre, presenza terrestre! Attenzione!”. I kutiani si voltano e rimangono paralizzati dalla sorpresa. Davanti a loro c’è un umano di piccola statura che impugna un oggetto curioso di forma allungata: “probabile bambino”, “probabile arma… attenzione!”

Vista la situazione di pericolo e dato che la raccolta di testi sacri sembra essere sufficiente, la spedizione chiede il rientro e, in breve, riprende consistenza su Kute. Nel frattempo il malessere sul pianeta è molto peggiorato e la gravità della situazione impone un intervento immediato. I testi sacri vengono messi subito sotto l’occhio dell’esplicatore e tutti i kutiani, tenendosi per mano, si accingono a ripetere insieme le formule dell’antico rituale. Presto la fede degli antenati scorrerà dentro di loro come un fiume di pace eterna. L’esplicatore inizia a tradurre il testo sacro, subito seguito dal coro dei kutiani:

“Caro Babbo Natale,

quest’anno vorrei tanto un trenino Lima con la locomotiva e almeno sette vagoni, mi piace molto quello che porta le macchine, ma se non c’è vanno bene solo quelli per le persone. Mi piacerebbe anche un cinturone con due pistole da cow boy, il fucile di Tex me l’hai portato l’anno scorso. Mi piacciono molto anche le macchinine, se me ne porti qualcuna sono contento.

Grazie”

… E’ poi la volta dell’iscrizione sacra:

“sottaceti, sottolio
prosciutto crudo,
cotto, salame, pancetta
cappelletti, grana,
formaggi vari
un tacchino, castagne
panettone, torrone
frutta secca, datteri
arance, mandarini

ricordati la bolletta del gas

Un bacio, se non ti vedo domattina”

BUON NATALE ANATA PLANK

•Novembre 25, 2009 • 19 Commenti

“Carissime, carissimi, è con animo colmo di amarezza che vi parlo. In tutti questi anni, per salvare il nostro mondo, abbiamo sacrificato quello che avevamo di più caro. Prima gli animali, fonte di cibo e aiuto prezioso nel lavoro dei campi. Poi, di fronte all’inesorabile avanzare degli Olimpi, è stata la volta dei nostri figli, uno a uno, anno dopo anno, divenire balocchi degli dei. Ma tutti questi sacrifici non sono stati sufficienti a saziare l’appetito inesauribile che divora le nostre terre. Noi crediamo – dobbiamo credere – che tutto questo un giorno cesserà, ma certo è che ancora non vediamo il termine della lunga notte che stiamo vivendo. Ecco perché oggi, dopo aver tentato tutto quello che era nelle mie possibilità, mi vedo costretto a compiere un passo estremo, nella speranza che il nostro popolo possa avere ancora un futuro. Con un ultimo tributo, che mette fine alla mia discendenza e alla dinastia dei Plank, dico addio alla mia adorata figlia Anata. Anche per lei, così come è stato per tanti altri nostri figli, è giunto il momento di compiere il suo dovere per la salvezza di tutti noi. In occasione delle prossime ricorrenze, verrà trasformata secondo i gusti degli dei e moltiplicata nel numero che sarà richiesto dai loro capricci. Non ho altro da aggiungere, non ho altre parole. Se il sacrificio di Anata non sarà stato vano, qualcun altro dopo di me avrà il compito e l’onore di assicurare alla nostra comunità la pace e la prosperità che merita”. Quel dicembre, nelle vetrine dei negozi e sugli scaffali dei grandi magazzini, fra tutti i giocattoli esposti spiccava l’ultima novità lanciata appena prima del Natale. Una bambola bellissima che tutte le bambine chiedevano insistentemente a mamma e papà per sognare il loro futuro, un domani, in una casa nuova, fuori città.

L’ATTESA

•Novembre 9, 2009 • 26 Commenti

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Al termine del saggio

le bambine si inchinarono

e le mani batterono forte

accendendo nell’aria la polvere

che esplodeva in invisibili fuochi.

Al rientro si camminava a braccetto

lo sguardo qualche passo più avanti

e i piccoli che sciamavano attorno gridando ce l’hai.

Era stato un anno tranquillo

così sereno che tutti erano felici

ma non senza ombra e a denti stretti

nel timore che la sorte

reclamasse all’improvviso

la sua quota di dolore.

OLTRE IL CONFINE

•Ottobre 29, 2009 • 15 Commenti

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Fra la sponda del letto e la tappezzeria reticolata, i fiumi scendevano a oriente ricchi di pesci e d’avventura, nel crespo alveo della moquette, che instancabile raccoglieva l’infinita polvere e gli smisurati sogni delle nostre vite in erba.

Sotto il cielo bianco latte, memore di tempere odorose, i panzer avanzavano immobili sul sentiero di foglie sbriciolate, che si snodava breve fra le case diroccate e poi svaniva oltre il brusco pendio del mobile.

Se non fosse per i tanti caduti fra le mosche, che sui vetri luminosi trovavano le ombre sotto i colpi della mia pistola ad aria, quelli sarebbero stati tempi ancora puri, solo di fantasie leggere, dove la morte resta un gioco, da cui si torna sempre.

LA LEGGENDA DEL SARTO BEVITORE

•Settembre 16, 2009 • 49 Commenti

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Da anni il taglio dei suoi abiti non incontrava il gusto corrente. Il gessato dalle righe spesse sul panno tortora o fumo aveva evidentemente fatto il suo tempo. Ma la fama che quel capo gli aveva donato gli impediva qualsiasi altra creazione. Non era capace di realizzare un abito che avesse anche solo un dettaglio diverso. Quando andava a comprare i tessuti, si riprometteva di scegliere altri toni e colori. Quando metteva mano alla forbice e al metro, s’imponeva di seguire nuove linee e misure. Ma quando il manichino riempiva il lavoro finito, un nuovo gessato dalle righe spesse sul panno tortora o fumo era pronto per restare invenduto. Il piacere e il gusto del vino furono allora la via più naturale per non avvilirsi e pensare al destino. Da due bicchieri a quattro il passo è breve. Poi la bottiglia ti invita a svuotarla del tutto. E la vita continua così, sorso su sorso. Un giorno suona la porta. Un camion ha planato nel fango decorando di schizzi il signore distinto che ora chiede con urgenza un abito fatto e finito. L’appuntamento d’affari non ammette ritardo. Passano due settimane e il gessato dalle righe oblique e ondulate, su quel panno dagli inimitabili riflessi violacei – “sembrano macchie di vino!”, ripete invidioso qualche collega – diviene l’unico abito in voga.

SOLITARIO

•Agosto 4, 2009 • 13 Commenti

ripubblico

Abitante della solitudine
in pomeriggi estivi pregavo la pioggia
per sentire di non perder nulla.
E nell’attesa
consumando giorni uguali
di nuovo mi trovavo
sotto piogge non pregate
dove agosto muore
sul ciglio dell’estate.

FUSION AND PEACE

•Luglio 31, 2009 • 11 Commenti

Il mondo è tutto un litigio e il destino vuole che un giorno anche Giacomo Peloruvidoscarno e Giovanni Lipidolisciorotondo debbano alla venire alle mani. Tutto avviene in un vicolo angusto. Giacomo Peloruvidoscarno lamenta l’invadenza di Giovanni Lipidolisciorotondo: “anche se morbido al tatto, sei di una mole mostruosa che non lascia il minimo spazio!”. Di rimando, Giovanni Lipidolisciorotondo, pur ammesso il volume più urbano dell’altro, contesta a Giacomo Peloruvidoscarno il rabbioso prurito che si prova al solo sfiorare il suo pelo: “sei snello, lo ammetto, ma con i rovi che sbuffi dai polsi e dal collo tormenti ogni povero cristo che incontri!”. La vertenza monta fra inviti a rigide diete e a drastici tagli, rinfacci, ripicche, chiamate in correo di madri e defunti. Il bisticcio va avanti per ore e non sembra giungere a nulla. Senonchè arriva sul posto Gegia Pelolipidoruvidoliscia che ben conosce le ragioni di ognuno e le presenta all’altro nel modo opportuno. Giacomo Peloruvidoscarno e Giovanni Lipidolisciorotondo fanno allora la pace e, cessato lo scontro, passano e ripassano allegri nel vicolo angusto. “In realtà ho sempre invidiato il tuo essere così liscio e rotondo!”, ammette arrossendo Giacomo Peloruvidoscarno. E subito, con un dolce sorriso, gli risponde Giovanni Lipidolisciorotondo: “Non dirlo a me, sapessi quanto vorrei essere ruvido e scarno!”. Segue un lungo abbraccio. Giacomo Peloruvidoscarno si distende attorno a Giovanni Lipidolisciorotondo e in pochi attimi il pelo infeltrito si mescola all’adipe liscio. La fusione è perfetta. Alla vista del neonato Giagi Ruvidopelolisciolipido, Gegia Pelolipidoruvidoliscia emette un lungo sospiro, ansima, geme, balbetta e si porta alla fronte la grande mano villosa. È amore. Giagi e Gegia si strusciano, strippano, districano, incastrano e dopo nove mesi è un tripudio di peli e lipidi. Passa solo qualche anno e nel mondo la pace trionfa sotto un vello opulento che toglie il respiro a ogni lite.

AMORE LIBERO E POLLI ALLA BRANDA

•Luglio 22, 2009 • 18 Commenti

Era il giugno del ‘74 e mancavano pochi giorni all’esame di quinta elementare. Qualche ansia dovevo averla e mia sorella maggiore mi prese in carico per distrarmi un po’. In quei giorni al Parco Lambro si teneva il festival di Re Nudo, che allora non avevo ben chiaro cosa fosse, ma oggi, complice Wikipedia, so che si trattava di “una delle principali riviste italiane dedicate alla controcultura e alla controinformazione”. Andare a un raduno così trasgressivo mi eccitava: sembrava schiudere un mondo nuovo, ammiccante, e proprio nel momento in cui mi affacciavo alla media con le sue promesse di vita adulta. La politica e il sociale allora erano preponderanti e non lasciavano indenni le stanze e le aule dei bambini. C’era appena stato il referendum sul divorzio, che già mi aveva coinvolto portandomi a un netto schieramento per il no, e ora l’ingresso al festival fra corpi nudi e seminudi consacrava la mia maturità incipiente. Più di un accoppiamento probabilmente era in corso sotto le tende o nei sacchi a pelo all’aria aperta, ma certo mia sorella fu abile a pilotarmi in percorsi senza lombi in movimento. L’amore libero non mi ha mai sfiorato neanche lo sguardo. L’atmosfera era quella di un allegro bivacco che voleva fuggire ogni convenzione anche nelle più piccole pratiche quotidiane. Come una palla da rugby, di mano in mano, girava un pollo pronto per l’arrosto. Non sapevano come cuocerlo e per qualche attimo rimase incerta la sua sorte. Poi l’attenzione di qualcuno cadde su una branda di ferro, portata lì immagino da un tadizionalista che pensava di dormirci. L’intreccio di fili metallici colpì l’immaginazione controcorrente. E poco dopo il pollo alla branda era sul fuoco a sfrigolare.

PIANTE SENZA FOGLIE

•Luglio 17, 2009 • 15 Commenti

Ci incontrammo nelle brume d’inverno
che nascondono le cose
agli occhi degli uomini.
Le parole uscivano a fatica
dalle bocche non abituate.
Sussurri stenti e mugugni masticati
aprivano spiragli sui cuori sorpresi allo scoperto.
Il rossore squarciava il grigio nei paraggi
e le voci incerte liberavano rondini
che fanno primavera.